Diversamente dalla percezione generale, in Italia si è registrata una riduzione netta del lavoro temporaneo rispetto alla situazione pre pandemia. I dipendenti a tempo determinato nel 2019 erano circa 3 milioni, nel 2025 sono scesi a 2 milioni e 517mila: circa 483mila in meno, una flessione del 16,1%. Quello che il dato numerico non dice, però, è se il contratto a termine è stato l’anticamera di un rapporto stabile o si è protratto negli anni, condannando il lavoratore ad una condizione di precarietà.
Un report realizzato da Adapt, su dati di fonte Eurostat, evidenzia che la diminuzione negli anni non è stata lineare: nel 2020, con la crisi pandemica, il numero degli occupati a termine era sceso a 2,61 milioni. È poi risalito fino a superare nuovamente i 3 milioni nel 2022, per ridursi nei tre anni successivi: 2,94 milioni nel 2023, 2,74 milioni nel 2024 e 2,52 milioni nel 2025 (il valore più basso dal 2016). Poi l’ultimo dato Istat dello scorso mese di giugno ha evidenziato una ripresa dei contratti a termine, saliti a 2,542 milioni, 91mila in più di maggio, un balzo mensile che non si vedeva da settembre 2021, e 33mila in più di giugno 2025. I prossimi mesi ci diranno se siamo in presenza di una ripresa “strutturale” o se il fenomeno è solo congiunturale. Restiamo comunque sotto i livelli prepandemici.
Anche l’incidenza degli occupati a tempo sul totale dei dipendenti è diminuita. Era pari al 17% nel 2019; nel 2025 si ferma al 13,6% con una riduzione di 3,4 punti percentuali. «Il dato suggerisce che la crescita recente dell’occupazione dipendente – commenta Francesco Seghezzi, presidente di Adapt – non è stata trainata principalmente dai contratti a termine. Una parte consistente dell’aumento ha riguardato rapporti di lavoro permanenti».
L’evoluzione tra i giovani e per genere
Vediamo l’evoluzione del ricorso al contratto a tempo determinato tra i giovani. Nel 2019 il 48,1% dei dipendenti tra 15 e 29 anni aveva un contratto temporaneo. Nel 2025 la quota è scesa al 36,6 per cento. Si tratta di una riduzione di 11,5 punti, anche se poi passando dai dati sullo stock di occupati a quelli sui flussi di assunzione emerge che più di un giovane dipendente su tre resta assunto con contratto a termine.
Guardando ai generi, nel 2025 le donne rappresentano poco più della metà dei dipendenti temporanei: circa 1,28 milioni, contro 1,24 milioni di uomini. La differenza tra uomini e donne resta ampia: tra le giovani donne l’incidenza del lavoro con contratto a termine è passata dal 51,1 al 41,3 per cento. Tra i giovani uomini è scesa dal 45,9 al 33,2 per cento. La temporaneità continua dunque a riguardare più frequentemente le donne: nel 2025 il divario tra giovani lavoratrici e lavoratori è superiore a 8 punti (era poco più di 5 punti nel 2019). Per l’intera fascia 15-64 anni, la quota degli occupati con contratto a tempo determinato è passata dal 16,7 al 12,2% tra gli uomini e dal 17,5 al 15,3% tra le donne. La riduzione del ricorso ai contratti temporanei è quindi stata più marcata per gli uomini.
