La diffusione dell’intelligenza artificiale rappresenta una grande sfida: non deve sostituire l’uomo, come è stato sottolineato nel documento del G7 che si è svolto in Sardegna, ma potenziarne le capacità, migliorando produttività, sicurezza e condizioni di lavoro. In questa prospettiva è centrale lo sviluppo della formazione durante tutta la carriera lavorativa delle persone. Il tema delle competenze interessa chi il lavoro lo ha, e i giovani che invece il lavoro lo stanno cercando, considerando che ormai su ogni 100 assunzioni programmate dalle imprese, la metà dei profili risulta difficile da coprire.
La sfida della formazione
Da qui bisogna partire. Se è vero che (ed è una ottima notizia) la dispersione scolastica è scesa nel 2025 all’8,2% (abbiamo raggiunto i target Ue con cinque anni di anticipo) è altrettanto vero che i giovani laureati sono ancora troppo pochi (e che a volte vediamo anche fuggire all’estero). E con la denatalità che morde (nella fascia d’età 3-18 anni nei prossimi tre anni perderemo circa 300mila ragazzi) e le transizioni in atto non sono certo buone notizie. I numeri li hanno ricordati un po’ tutti i principali osservatori statistici: entro il 2040, come ci dice l’Istat, il numero di persone in età lavorativa si ridurrà di circa cinque milioni di unità. Ciò potrebbe comportare, ha aggiunto Banca d’Italia, una contrazione del prodotto stimata nell’11%, pari all’8% in termini pro capite. Negli ultimi anni le nascite sono state inferiori alle 400mila l’anno, con questo andamento, al netto di clamorose quanto improbabili inversioni di rotta, la popolazione passerà dagli attuali 59 milioni di abitanti a 54,7 milioni entro il 2050. Siamo di fronte a un groviglio intricato che può essere sciolto – è ormai convinzione condivisa – soltanto con una grande alleanza tra tutti gli attori coinvolti, università, Its Academy, scuole, imprese, mondo della formazione professionale e continua. Tutti seduti dallo stesso lato del tavolo.
Il peso del mismatch
Gli ultimi dati Unioncamere-ministero del Lavoro hanno ben fotografato la situazione di partenza: dal 2025 al 2029 il mondo del lavoro esprimerà un fabbisogno professionale stimato tra 3,3 e 3,7 milioni di lavoratori. Ogni anno quindi si spalancheranno le porte dell’occupazione per 247/268mila laureati o con titolo di Its Academy (il 38% del totale calcolato come media dei due scenari), per 185mila-216mila lavoratori in possesso di formazione secondaria di secondo grado tecnico-professionale, e così via. Ma qui iniziano i problemi. Per le lauree Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics) si stima che ne potrebbero mancare tra 9mila e 18mila ogni anno, soprattutto con una formazione ingegneristica e in scienze matematiche, fisiche e informatiche. Per l’indirizzo economico-statistico la carenza potrebbe essere di 12-17mila. Per l’indirizzo medico-sanitario si attesterebbe a 7-8mila. Anche per la formazione secondaria di tipo tecnico-professionale è prevista una carenza di offerta. Si stima mancheranno tra 6mila e 32mila giovani all’anno con un diploma quinquennale, in particolare negli ambiti della meccanica, meccatronica ed energia, amministrazione, finanza, marketing, costruzioni, ambiente e territorio e trasporti logistica. Decisamente più accentuato sarà il mismatch relativo ai percorsi della IeFP, con un’offerta che sarà in grado di coprire solo circa metà dei fabbisogni. Il disallineamento (mismatch) tra le competenze richieste dalle imprese e quelle offerte dai lavoratori costa all’Italia circa 44 miliardi di euro all’anno, pari a circa il 2,5% del Pil (fonte Unioncamere).
Salari e contrattazione
C’è poi chi è dentro il mercato del lavoro. E qui il primo problema sono i salari, come evidenziato da un pò tutti gli osservatori statistici, da Bankitalia all’Ocse, da Istat a Inps. L’ultimo aggiornamento lo ha dato il XXVII rapporto del Cnel su mercato del lavoro e contrattazione: nel 2025 i contratti rinnovati hanno coinvolto oltre quattro milioni di lavoratori, circa un terzo dei dipendenti del settore privato. Le retribuzioni contrattuali nel settore privato non agricolo sono cresciute del 3,2%, ovvero 1,5 punti in più dell’inflazione. A regime, le stime sugli aumenti prospettano una crescita dell’8,7% della retribuzione annua nel quinquennio 2024-2028. Il Rapporto segnala come efficace meccanismo di recupero la clausola ex post inserita nel nuovo contratto dei metalmeccanici, che ha limitato la perdita reale al 3,3% tra il 2021 e il 2025. Nel 2026 sono attesi pochi rinnovi e circa l’80 per cento dei lavoratori è già coperto da contratti in vigore.
Ma nonostante il recupero avviato nel 2023, a fine 2025 le retribuzioni contrattuali reali risultano ancora inferiori del 7,7% rispetto a gennaio 2021, con forti differenze settoriali: la perdita di potere d’acquisto si è rivelata più forte nei servizi a causa dei ritardi nei rinnovi contrattuali e della ridotta presenza di meccanismi di recupero dell’inflazione.
