Secondo una nuova indagine del Pew Research Center condotta in 37 Paesi, prevale nettamente l’idea che l’intelligenza artificiale ridurrà l’occupazione e allargherà le disuguaglianze. In Italia il 55% prevede meno posti di lavoro nei prossimi vent’anni e quasi uno su due guarda all’AI con più preoccupazione che entusiasmo.
Più intelligente, più diffusa e sempre meno invisibile: il risultato più netto riguarda il lavoro. In 34 Paesi su 37 sono più numerosi quelli che pensano che l’AI farà diminuire i posti di lavoro rispetto a chi si aspetta l’effetto opposto.
Non è una previsione economica, naturalmente, ma una misura delle aspettative. E sono aspettative costruite su una rilevazione molto ampia: 42.151 adulti in 36 Paesi, intervistati tra febbraio e maggio 2026, a cui si aggiungono due rilevazioni separate negli Stati Uniti.
L’Italia è dentro questa corrente pessimista.
Il 55% degli italiani pensa che nei prossimi vent’anni l’AI porterà a una riduzione dei posti di lavoro. Solo l’8% si aspetta più occupazione, il 15% ritiene che cambierà poco e circa il 23% non sa ancora cosa aspettarsi. Il dato italiano è comunque lontano dai picchi di Australia e Corea del Sud, dove la quota di chi prevede meno lavoro arriva al 76%, e dagli Stati Uniti, al 71%.
C’è poi un risultato meno intuitivo. La paura dell’automazione cresce con la ricchezza: tra Pil pro capite e quota di persone che prevedono una perdita di posti il Pew misura una correlazione di 0,60. Nei Paesi più ricchi, insomma, l’AI viene percepita più come concorrente del lavoro umano che come motore di nuova occupazione. Negli Stati Uniti questa convinzione è cresciuta di sette punti percentuali rispetto al 2024.
