Ed è necessario quindi non solo aumentare le risorse destinate all’istruzione, in particolare quella universitaria, ma anche garantire che il progresso tecnologico diventi un fattore di inclusione per tutti. La capacità di produrre e valorizzare il capitale umano, oltre a dipendere dall’offerta di attività formative, richiede un adeguato livello di capitale sociale, un insieme di relazioni fiduciarie, norme condivise e reti di cooperazione che favoriscono la coesione sociale e l’equità delle opportunità, nonché l’apertura al futuro e all’innovazione.
I numeri
I numeri parlano chiaro: nel nostro Paese la popolazione continua a essere interessata da trasformazioni che non riguardano solo la consistenza numerica (58,9 milioni di individui al 1° gennaio 2026), ma anche composizione e struttura, incidendo sugli equilibri socioeconomici. Nel 2025 la popolazione non ha subito variazioni rispetto all’anno precedente, ma il saldo naturale resta negativo (-296 mila unità) ed è stato compensato da una dinamica migratoria positiva di entità analoga. In questo contesto, il calo delle nascite (355 mila unità; -3,9% sul 2024) è alimentato dalla minore propensione ad avere figli (da 1,18 a 1,14), ma anche dalla minore consistenza delle generazioni in età riproduttiva. Si conferma la tendenza a posticipare la genitorialità (nel 2025 l’età media al parto è di 32,7 anni).
Si riduce anche il tasso di disoccupazione fino a raggiungere il livello medio europeo
Tra i numeri-chiave uno dei principali riguarda l’occupazione: il 2025 ha confermato la traiettoria di espansione del mercato del lavoro, trainata soprattutto dalle fasce più mature della popolazione (50 e più – 42%); si riduce il divario con l’Europa, ma il tasso di occupazione (nel 2025, 62,5%) colloca ancora il nostro Paese in posizione di coda dell’UE27. Si riduce anche il tasso di disoccupazione fino a raggiungere il livello medio europeo (6,1%). Aumentano le forme di lavoro standard (15,7 milioni di individui, in crescita di 2,3 milioni rispetto al 2019, quasi i due terzi dell’occupazione totale) e calano i vulnerabili che dopo l’incremento post-pandemico del 2021-2022, si sono ridotti di quasi un milione, (oltre 4 milioni nel 2025, il 17,0% del totale degli occupati; il 22,3% nel 2019), caratterizzate da contratti temporanei, part-time involontario e bassi livelli retributivi. Migliora la quota di NEET giovani 15-19enni non occupati e non più inseriti in percorsi scolastici o formativi. Nel 2025 sono il 13,3% contro il 25,7% nel 2015. Siamo insomma sulla buona strada, ma in futuro dovremo fare ancora meglio. Se la partecipazione al mercato del lavoro rimanesse fissa ai livelli del 2025, entro il 2050, per il solo effetto della prevista diminuzione della popolazione tra i 15 e i 64 anni, gli attivi registrerebbero un calo di oltre cinque milioni di individui (da 24,8 milioni nel 2025 a 19,7 milioni).
Tra il 2007 e il 2025, il numero di occupati con la laurea è aumentato del 70 per cento
Per contrastare le conseguenze macroeconomiche di un calo dell’attività economica – osserva il rapporto annuale dell’Istat – sarà dunque necessario un aumento significativo dei tassi di attività, a partire da quelli dei giovani e delle donne, colmando gli ampi e persistenti divari territoriali e per livello di istruzione. E ricordiamoci che ad alimentare i divari di genere è la persistente asimmetria nei carichi familiari: nonostante un lento processo di convergenza, le donne continuano a sostenere la quota maggiore del lavoro domestico e di cura, anche nelle coppie in cui entrambi lavorano (le donne svolgono il 68,9 per cento del lavoro familiare complessivo, in calo rispetto al 75,4 per cento del 2003). Per tornare al tema della formazione un dato è eloquente: tra il 2007 e il 2025, il numero di occupati stimato dalla rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat è aumentato di quasi 1,3 milioni di unità, passando da 22,8 a 24,1 milioni, con un incremento del 5,6 per cento. Nello stesso periodo, gli occupati con titolo terziario – quindi la laurea – sono aumentati di circa il 70 per cento. Tra il 2011 e il 2025, invece, gli occupati inquadrati come specialisti e tecnici sono aumentati di circa il +15,0 per cento. Si tratta di cambiamenti sostanziali, nonostante l’Italia sia indietro rispetto alle maggiori economie europee per numero di laureati e di personale qualificato
Non c’è ancora un cambio di passo negli indicatori della produttività
L’andamento dei principali indicatori di produttività non mostra ancora il cambio di passo necessario a rafforzare le prospettive di crescita dell’economia italiana. Nel decennio 2015-2025, a fronte di una variazione media annua del valore aggiunto dell’1,5 per cento, il contributo dei fattori di produzione, lavoro e capitale, è stato pari rispettivamente a circa 0,9 e 0,1 punti percentuali, mentre la produttività totale dei fattori (PTF), una misura del contributo alla crescita offerto da tecnologia e conoscenza, ha fornito un apporto di 0,6 punti percentuali. La dinamica di quest’ultima componente è il risultato di due fasi contrapposte: un incremento significativo nel quinquennio pre-pandemico (+0,9 punti) e una fase di sostanziale stagnazione tra il 2021 e il 2025 (-0,2 punti).










