Se al centro della marcia di ieri c’era la liberazione di Ranka e Das, la battaglia portata avanti in queste settimane dal Cjp è molto più ambiziosa. Dopo aver ottenuto, lo scorso luglio, le dimissioni del ministro dell’Istruzione, il movimento di protesta sta chiedendo la testa del Chief Election Commissioner Gyanesh Kumar, l’alto burocrate che sovrintende alla macchina elettorale del Paese più popoloso della Terra.
Le accuse di brogli elettorali
L’Election Commission of India è da mesi al centro di polemiche per via della sua Special Intensive Revision, una controversa operazione di “pulitura” degli elenchi elettorali frettolosamente avviata alla vigilia di un intenso ciclo elettorale.
Fino a oggi sono oltre 130 milioni i nomi tolti dalle liste. In parte si tratta di elettori deceduti o erroneamente conteggiati più volte; in parte si tratta di persone alle quali la Commissione elettorale ha chiesto di presentare documenti non sempre facili da reperire, rifiutandosi a lungo – fino all’intervento della Corte Suprema – di accettarne altri di uso comune. I ricorsi sono già milioni.
Le opposizioni accusano la Commissione elettorale di aver inquinato i più recenti risultati elettorali, escludendo dal voto milioni di cittadini musulmani e appartenenti ai ceti più popolari, due tradizionali costituency dell’Indian National Congress della famiglia Gandhi. Il Bharatiya Janata Party (Bjp) del premier Modi accusa invece l’opposizione di voler minare la democrazia indiana, mettendone in discussione il buon funzionamento.
«Per favore, risparmiate il popolo indiano. Mettete sotto accusa Gyanesh Kumar e sospendete la Special Intensive Revision, affinché i cittadini comuni di questo Paese possano tirare un sospiro di sollievo, sentirsi più tranquilli e vedere garantito il proprio diritto di voto», ha dichiarato Bora, la leader studentesca, dopo il suo rilascio.










