Storie Web lunedì, Giugno 22

In epoca di sovraccarico, sovrastimolazione, abbondanza multicanale, scegliere in modo definitivo è una posizione radicale. Quando tutto è possibile, dopotutto, nulla lo è per davvero – oggi certamente è così, con lo scibile intero a portata di click e la storia ridotta a superficiale sincronia – mentre l’immarcescibile adagio modernista – di meno è di più – vale sempre; anzi, risuona più forte e tonante: assoluto, tagliente, senza compromessi. È ciò di cui sono convinti Miuccia Prada e Raf Simons, che intitolano la sfilata uomo clarity, in inglese: chiarezza, certo, ma anche lucidità, discernimento. L’esatto contrario del pastiche postmodernista che impazza per ogni ove, le cui origini, paradossalmente, sono da cercare proprio in certi angoli particolarmente impattanti del Prada pensiero recente e remoto. Cambiare idea, del resto, è segno di intelligenza, e di questa Prada fa un gran bel branding. «C’è troppo di tutto, una moltiplicazione di messaggi che confonde – dichiarano i direttori creativi backstage, praticamente all’unisono – Per questo abbiamo deciso di concentrarci su ciò che è universale e assoluto, e che in quanto tale supera il logorio del tempo. Ci siamo voluti allontanare da tecnicismi e virtuosismi, ma anche dalla decorazione». Sottolinea Simons, icastico «In fondo la pasta al pomodoro è la più semplice, e anche la migliore». Il rifiuto come atto deliberato, accompagnato dal gusto della reiterazione che affina il messaggio invece di diluirlo, si traduce in passerella in una proposta cruda, allampanata, brutalmente giovanilista, striminzita: a forza di togliere il non necessario, le taglie si infeltriscono, i corpi perdono massa e si fanno esangui e l’età si blocca all’adolescenza. I vestiti, invece, sono archetipi riletti, rimaterializzati, riusati: i pantaloni cinque tasche a sigaretta e il giubbotto di jeans – portato come camicia – in ogni materiale, dalla pelle al nylon trasparente; il blouson e il blazer; il maglioncino a V o girocollo. È un discorso che convince, non ultimo per l’invito rivolto al consumatore finale ad interpretare a modo proprio, ma che è viziato da un manierismo di fondo: lo sguardo rivolto con troppa insistenza al lavoro del riduzionista modernista per antonomasia, Helmut Lang, mischiato però all’iconografia ribelle di Karlheinz Weinberger, senza ferramenta e chincaglieria ma con un gusto che, purtroppo, chiama a gran voce Hedi Slimane. La posizione anti, fieramente bastiancontraria, invece, impatta forte, e con essa lo spirito Do It Yourself.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Prada, uomo AI 2027

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Simone Botte, in arte Simon Cracker, della chiarezza non si cura nemmeno un po’. Il suo mondo upcycled è orgogliosamente caotico, disordinato, raffazzonato. Questa stagione lo popolano spose sgarrupate, al maschile e al femminile, che paiono uscite, splendide, dal bidone della spazzatura. È un gioco che Botte porta avanti da tempo. L’espressione adesso è meno punk, più realistica, ma l’azione appare come bloccata, di certo necessitante di un movimento in nuove direzioni.

Francesco Saverio Matera porta avanti una ricerca alquanto singolare con il giovane marchio Materia: moda adaptive, pensata per performare su ogni corpo, inclusi quelli affetti da disabilità. Un percorso creativo davvero unico, il suo, istigato dall’esperienza familiare – il fratello è tetraplegico – che il designer, vincitore del recente Cameramoda Fashion Trust, affronta con visione e determinazione.

Moarno, il marchio fondato dai fratelli Gianmarco e Francesco Marano, è un progetto piccolo ma ben formato, che vibra di una emotività tutta sua, fatta di abiti che disegnano un patrimonio comune tra maschile e femminile, puri nel disegno e tattili nella materia. Il gusto per il lavoro e l’operosità traspare e insiste, e il risultato è asciutto e poetico.

Domenico Orefice, nonostante il suo marchio abbia appena tre anni, abbandona la personale zona di comfort – nera, urbana, sfidante – per accogliere il romanticismo dei broccati, la precisione pragmatica dei verdi militari, la spontaneità degli asciugamani in vita o legati al petto. È un passo in avanti che si apprezza, non ultimo per la rinuncia alla formula: un modo di operare che altrove imperversa, affondando.

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