La decisione di trasmettere in diretta streaming un’esecuzione pubblica – quella di Nidal Hasan, il responsabile della strage alla base militare di Fort Hood del 2009 – crea inevitabilmente sgomento. Un uomo verrà giustiziato da un plotone d’esecuzione mentre un pubblico collegato online – potenzialmente illimitato – assisterà alla scena attraverso uno schermo, dal salotto di casa propria, sui mezzi pubblici, al lavoro o da dove si voglia.
L’intento del Pentagono è fare un’azione dimostrativa: il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha spiegato che le persone devono poter vedere, per «capire che ci sono gravi conseguenze per questo tipo di azioni».
Negli Stati Uniti non si assiste ad un’esecuzione pubblica da novant’anni. L’immaginario delle esecuzioni di piazza rimanda solitamente a Paesi dove vigono regimi dittatoriali. È difficile associarvi una nazione la cui Costituzione si basa sulla garanzia delle libertà fondamentali. Va chiarito che la discussione non verte intorno alla pena di morte – prevista dal sistema giudiziario statunitense –, ma piuttosto si focalizza sul bisogno di rendere l’esecuzione un qualcosa di pubblico.
Gli Stati Uniti d’America, un Paese che «minaccia i propri cittadini»
Che cosa ci dice questa decisione sullo stato di salute attuale degli Stati Uniti? Marco Lombardi – professore di sociologia dell’Università Cattolica di Milano e fondatore del centro di ricerca «Italian Team for Security, Terroristic Issues & Managing Emergencies» – spiega che la notizia ci pone di fronte ad una realtà dove non c’è «nessuna differenza tra i contendenti dei diversi conflitti odierni: che cosa cambia tra la diretta streaming degli Stati Uniti e le esecuzioni pubbliche che vediamo in Iran e in Afghanistan?». È importante sottolineare che «l’esecuzione pubblica non è una necessità di giustizia»; al contrario, corrisponde a un modo di «tradurre la giustizia in termini di minaccia» – come dichiarato dallo stesso Pete Hegseth. «È un contesto inequivocabilmente terroristico, in cui la minaccia è esercitata verso i propri cittadini, nemmeno contro il nemico, per invitarli a rispettare le regole del proprio Paese».
Il voyeurismo della violenza
In ogni evento mediatico, è il pubblico a decretare il successo o il fallimento del prodotto. «Mi aspetto che ci siano milioni di persone» collegate a vedere la diretta dell’esecuzione – commenta Lombardi –, che «piano piano sbirceranno sempre di più tra le dita messe davanti agli occhi per la paura di vedere, come fanno i bambini». Se la violenza ha sempre esercitato un fascino sulla curiosità morbosa della gente, con l’avvento dei media qualsiasi freno inibitore è venuto meno, compresa la forma di “autocontrollo” del buon senso. «Stiamo vivendo nell’epoca del “trash” e i media stanno seguendo questa linea, riproducendo continuamente la violenza attraverso la comunicazione». Secondo il sociologo, chi non seguirà la diretta lo farà probabilmente per una scelta «più politica che altro».










