Storie Web martedì, Luglio 7

Il tumore della mammella resta la neoplasia più diffusa in Italia e la prima per frequenza tra le donne, con oltre 53.000 nuove diagnosi stimate ogni anno. Grazie ai programmi di screening, una quota crescente viene individuata in fase molto precoce: è il caso del carcinoma duttale in situ (Dcis), che da solo rappresenta oltre il 20% delle diagnosi. Il Dcis pone una delle sfide più delicate della senologia: nella maggior parte dei casi resta indolente, ma in una parte delle pazienti può progredire verso un carcinoma invasivo. Oggi non esistono strumenti in grado di distinguere con certezza i due possibili esiti, e questo espone al rischio concreto di un eccesso di trattamenti.

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È in questo contesto che si inserisce un nuovo studio condotto da ricercatori di Ifom e dell’Università degli Studi di Milano, sostenuto da Fondazione Airc e pubblicato sulla rivista Nature Communications. Il lavoro, dal titolo “Mechano-metabolic feedback connects tissue fluidity to mitochondrial Dna–dependent immunity in breast cancer”, è stato coordinato da Giorgio Scita, responsabile del laboratorio Meccanismi di migrazione delle cellule tumorali di Ifom Ets – The Airc Institute of Molecular Oncology e professore ordinario al dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia (Dipo) dell’Università di Milano. Primi autori dell’articolo, che hanno contribuito in modo paritario alla ricerca, sono Andrea Palamidessi, Emanuela Frittoli e Monica Corada.

Il movimento collettivo delle cellule tumorali

Uno degli aspetti meno esplorati nella progressione del tumore riguarda il movimento: non tanto la biologia molecolare della singola cellula, quanto il modo in cui essa si sposta nel tessuto. Alcune cellule tumorali non avanzano da sole, ma si muovono insieme, in modo coordinato, come uno stormo di uccelli o un banco di pesci. L’idea era già stata in parte dimostrata dallo stesso gruppo di ricerca in un precedente studio pubblicato nel 2023 su Nature Materials, che aveva attirato l’attenzione dei media nazionali. Oggi quel filone si arricchisce di un tassello nuovo: il movimento collettivo che rende le cellule del tumore al seno più “fluide” e invasive può anche renderle più riconoscibili dal sistema immunitario.

Al centro del meccanismo c’è la proteina Rab5A, già identificata dal gruppo di Scita come regolatore della “fluidificazione” del tessuto tumorale. Quando Rab5A è più attiva, cellule normalmente bloccate in una massa compatta riacquistano mobilità e iniziano a muoversi in modo collettivo. È come se il tumore passasse da uno stato solido a uno fluido, simile a un cubetto di ghiaccio che si scioglie e si espande.

Un costo biologico che diventa un punto debole

Questa trasformazione, però, ha un prezzo. Per diventare più fluido e mobile, il tessuto tumorale va incontro a forti stress meccanici e metabolici, che coinvolgono i mitocondri, le centrali energetiche della cellula, alterandone forma e funzione. I mitocondri danneggiati, ma non completamente distrutti, rilasciano piccole quantità di Dna mitocondriale nel citoplasma, una zona della cellula in cui questo materiale genetico normalmente non dovrebbe trovarsi.

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