Eddie Dalton, artista AI che è sulla bocca di tutti, vanta già numeri impressionanti per essere un progetto nato, dal punto di vista produttivo, solo ieri. Su YouTube conta più di 50.000 iscritti e i video, caricati nel giro di tre settimane, sfiorano i due milioni di visualizzazioni. Su Spotify viaggia intorno ai 2 milioni di ascoltatori mensili, grazie soprattutto all’inserimento in playlist editoriali di rilievo. Su iTunes ha persino raggiunto la prima posizione nelle classifiche Soul/Blues di diversi Paesi.

Se varie testate giornalistiche stanno parlando di questo “Bluesman”, un motivo ci sarà. Teniamo presente, però, che non è il primo caso di un artista completamente generato che arriva in cima alle classifiche o mantiene un alto numero di ascolti per diverse settimane. Ciò che colpisce qui è la totale assenza di informazioni su chi si celi dietro il progetto. Non sappiamo dove finisca il genio umano e dove inizi quello generativo, poiché non è chiaro se a scrivere i testi ci sia un cervello in carne ed ossa o un semplice prompt ben confezionato.

Perché il brano ha ingannato tutti?

Analizzando la sua produzione, un orecchio poco attento o non incline al genere Blues farebbe fatica a capire che si tratti di intelligenza artificiale. Tuttavia, esistono alcuni stilemi che tradiscono la natura sintetica dell’opera. In primis il timbro: sfido chiunque ad aprire software come Suno o Udio, generare un brano blues malinconico e non ottenere sempre lo stesso identico colore vocale. Per carità, è possibile differenziarlo, ma richiederebbe prompt estremamente specifici o innumerevoli tentativi sulla stessa generazione. Qui, invece, il timbro appare “sentito e risentito”.

La voce, inoltre, non presenta “errori”: manca quell’imprevedibilità o quell’errore calcolato che una voce umana possiede (e deve avere) per dare un’impronta marcata al brano. I pezzi seguono poi la classica struttura del brano pop commerciale; questo dimostra quanto l’IA attinga a piene mani dalle creazioni umane esistenti per costruire i propri contenuti, spesso senza una reale invenzione o riflessione creativa alla base.

Anche dal punto di vista organologico (gli strumenti presenti) non si notano differenze sostanziali. Certo, gli strumenti definiscono il genere e su questo non si discute, ma dal punto di vista armonico — ovvero come gli strumenti interagiscono tra loro — la piattezza suggerisce che chi sta dietro al progetto abbia semplicemente digitato un prompt del tipo: “fammi un brano blues di 3 minuti”, senza pensare a una vera caratterizzazione. L’indizio più palese, infine, resta visivo: le anteprime dei video su YouTube sono palesemente realizzate con IA generativa. Sebbene molte playlist “pirata” o indipendenti usino immagini AI (pratica che io stesso adotto per le copertine su Spotify), qui tutto suggerisce un uso integrale dell’intelligenza artificiale in ogni dettaglio.

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