Un gruppo di testa molto determinato e una larga coalizione di Paesi alle spalle. È da queste certezze che muove il pressing del governo italiano sui centri europei di rimpatrio nei Paesi terzi, i ‘return hubs’ targati Ue. E sull’accelerazione impressa dall’Italia arriva anche una prima reazione dell’esecutivo europeo. “La Commissione- afferma un portavoce di Palazzo Berlaymont – è pronta a valutare proposte compiute, basate sulla cooperazione strategica con i nostri partner lungo l’intero percorso e in linea con il quadro giuridico”. Insomma, dopo aver dato impulso più di un anno fa al regolamento Ue sui rimpatri, la Commissione è aperta a esaminare gli accordi che i Paesi riusciranno a stipulare. “I prossimi passi spettano agli Stati membri”, puntualizza l’esecutivo guidato da Ursula von der Leyen. Con l’attenzione rivolta al primo test per la proposta italiana. Martedì arriverà sul tavolo dei ministri degli Interni dell’Unione e Matteo Piantedosi troverà al suo fianco gli alleati di sempre: Danimarca e Paesi Bassi, in primis, ai quali si aggiunge il più ampio fronte dei ‘falchi’. Che nel tempo è andato via via ampliandosi fino a diventare una solida maggioranza. A qualche ora dalla crisi di Ceuta, ben 20 governi hanno sottoscritto la lettera italo-danese che chiedeva un rafforzamento delle frontiere. Ma quando nella video chiamata convocata d’urgenza si parlerà dell’utilizzo di fondi Ue per finanziare gli hub – vero nocciolo della proposta italiana -l’entusiasmo di alcuni potrebbe scemare. I fari, perciò, restano puntati sul perimetro della coalizione che l’esecutivo di Giorgia Meloni sarà in grado di disegnare attorno alla sua richiesta. E un primo banco di prova sarà la riunione degli ambasciatori che precederà il Consiglio informale, in programma lunedì. Sull’opportunità di lavorare a progetti congiunti su uno o più hub, invece, nessun dubbio: qui la maggioranza è schiacciante. Il regolamento europeo sui rimpatri – che ha aperto la strada agli accordi con Paesi terzi – è stato approvato a giugno dal Parlamento europeo, in accordo col Consiglio, da cui si attende solo l’adozione formale per l’entrata in vigore. Insomma, l’Ue è favorevole ai centri.   Tra gli apripista, insieme all’Italia con il suo modello Albania, ci sono i Paesi Bassi. Che, dopo aver abbandonato la negoziazione per un hub in Uganda, hanno preferito allargare auna collaborazione più ampia con altri quattro Paesi protagonisti di un gruppo di lavoro comune: Danimarca, Austria, Grecia e Germania. Proprio agli sforzi di questo gruppo di testa- in stretta collaborazione con l’Italia – si attribuisce l’elaborazione della lista delle possibili sedi per gli hub europei. Ma dietro ai front runner c’è un solido gruppo, che al margine dello scorso Consiglio europeo ha firmato una lettera per “incoraggiare” la Commissione a “sostenere gli sforzi” dei Paesi nell’operazione ‘return hub’. In tutto i firmatari erano19, Italia e Danimarca comprese. Nella lettera dei 22, inviata sabato alla presidente von der Leyen, gli hub non vengono citati, ma è soprattutto chi è rimasto fuori a far notizia: Francia, Spagna, Lussemburgo, Portogallo. Quattro Paesi – con l’esclusione dell’Irlanda che detiene la presidenza di turno -che comunque non avrebbero la forza per costituire una minoranza di blocco in seno al Consiglio. Francia e Spagna non hanno mai nascosto il loro scetticismo sugli hub nei Paesi terzi e le tensioni potrebbero riaffiorare nell’incontro online di martedì. Mentre ai vertici del Ppe sembra farsi largo una posizione favorevole all’utilizzo dei fondi Ue per i centri.

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