La chiusura dello Stretto di Hormuz ha provocato conseguenze anche in Borsa: è aumentata la percezione del rischio e ha riposizionato il settore petrolifero sotto una nuova luce. Lo shock energetico, infatti, sembra destinato a lasciare effetti di lungo periodo nelle priorità delle compagnie e, a cascata, in quelle degli investitori.
Oltre lo shock
L’Eia (Energia Internazionale per l’Energia) riporta che gli investimenti globali nell’energia saliranno a 3,4 trilioni di dollari nel 2026, dei quali 1,2 in petrolio, gas naturale e carbone. La gran parte delle risorse stanziate, invece, finanzierà le infrastrutture elettriche, quelle delle fonti rinnovabili, il nucleare. Sul comparto petrolifero, quindi, nel medio termine si prevede volatilità: da un lato la domanda di greggio e prodotti derivati resta elevata, dall’altro, le compagnie misurano gli investimenti per capire se la ristrettezza del mercato persista oltre lo shock dell’offerta abbastanza a lungo da giustificare nuovi grandi progetti, che richiedono anni e miliardi di dollari per essere realizzati.
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Dall’invasione russa in Ucraina, quando è suonato l’allarme sulla sudditanza energetica globale dalla Russia e dal Medio Oriente, anche i titoli delle società dei servizi petroliferi sono saliti sull’onda della domanda di forniture per cercare di superare la dipendenza dagli oligopolisti. Queste aziende forniscono tutto tranne il petrolio, dalla tecnologia, all’ingegneria, allo stoccaggio, richiesti per riempire il vuoto delle infrastrutture occidentali.
«Se la domanda di petrolio si dimostrasse più resiliente di quanto ipotizzato da molte previsioni attuali – afferma Maria Shkolnik, Investment specialist Oil & Gas, di Ubp -, anni di investimenti insufficienti potrebbero lasciare i mercati petroliferi sottoapprovvigionati più avanti nel decennio. Proprio mentre i governi e le società ricostituiscono le scorte e le riserve strategiche dopo i recenti shock».
I grandi Gruppi dei servizi petroliferi sono Slb, Halliburton, Baker Hughes, Technip Fmc. Dall’attacco Usa in Iran dello scorso 27 febbraio, però, hanno guadagnato bene anche l’italiana Rosetti Marino, la norvegesw Seadrill (ora registrata alle Bermuda), la canadese Ces Energy Solutions e la giappones Modec.









