Lo schema
Secondo quanto ricostruito, parte dei fondi pubblici destinati al Festival sarebbe stata dirottata sull’associazione. L’operazione sarebbe avvenuta tramite affidamenti presentati come servizi di inclusione e solidarietà sociale. Le indagini hanno però svelato che, in sostanza, gli affidamenti non sarebbero stati altro che «una forma di contribuzione stabile e continuativa non adeguatamente documentata».
Lo schema si sarebbe ripetuto ogni anno: venivano presentati progetti sociali dal contenuto generico – da campagne di sensibilizzazione ad assistenza e inclusione, passando per iniziative di beneficenza e servizi di supporto – inseriti in seguito tra le spese finanziate con fondi pubblici.
E gli incarichi, conferiti ogni anno per importi praticamente identici, sarebbero stati rendicontati nell’ambito dei contributi europei e regionali ottenuti dall’Ente. Dalle indagini emerge inoltre che gran parte dei fondi ricevuti – quasi esclusivamente risorse provenienti dagli affidamenti del Giffoni Film Festival – sarebbe stata usata per coprire il costo dell’unica dipendente.
Molte delle attività sociali di cui si occupava l’associazione sarebbero in realtà state svolte gratuitamente da enti terzi o associazioni partner mentre le spese sostenute sarebbero state «modeste, scarsamente pertinenti o prive di collegamento diretto con le attività rendicontate».
I conflitti d’interesse
Infine, è stato rilevato un possibile conflitto di interesse tra i vertici di Giffoni Experience e l’associazione. Il direttore artistico dell’Ente in alcune annualità avrebbe certificato la regolare esecuzione delle prestazioni oggetto degli affidamenti, mentre il Responsabile Unico del Procedimento – e anche in questo caso sono emersi rapporti familiari con l’associazione beneficiaria – avrebbe attestato alla Regione il regolare svolgimento delle prestazioni e la conformità delle procedure amministrative.











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