«Mladic ha ucciso mio marito. Mi ha portato via gli amici, i compagni di classe e i vicini di casa. Ho visto morire bambini e persone innocenti in quei quattro anni di assedio». Parla così Kanita Ita Focak ricordando l’uomo che ha cambiato per sempre la sua vita: Ratko Mladic. Nata a Spalato, vive a Sarajevo da quando era bambina. Lì si è laureata in architettura, si è sposata e ha avuto due figli, Faris e Daniel. Quando la guerra è cominciata la situazione non era chiara, ricorda Kanita: «I nostri politici ci dicevano “È solo un disguido, un malinteso, si sistemerà tutto”». E invece la guerra iniziava a entrare nelle case di tutti i cittadini. A maggio, circa un mese dopo i primi scontri, Faruk, il marito di Kanita, è stato colpito da un proiettile di contraerea mentre era sulla poltrona di casa.
Un dolore immenso che Kanita ancora si porta dentro: «Non sopporto di vedere quel nome a me così tanto caro su una lapide». Ma il generale che dal 1992 al 1996 ha circondato la città, oggi viene onorato con i funerali di Stato, un simbolo «della sconfitta della memoria» e del revisionismo storico.
Cosa pensa dei funerali di Stato concessi a Mladic?
È uno scandalo. Ciò che più mi rende triste è che una parte della Bosnia continui a venerarlo e glorificarlo, anche i giovani che non erano nemmeno nati quando è scoppiata la guerra e c’è stato il genocidio. Come si può avere come modello di vita un boia, un assassino, un criminale di guerra?
Per quale motivo c’è ancora chi elogia un criminale di guerra?
