Da oggi il fascicolo sanitario elettronico – lo scrigno digitale che contiene tutta la nostra storia sanitaria – entra a pieno regime in tutta Italia. Dal 31 marzo Regioni e strutture sanitarie (pubbliche e private) devono caricare tutti i documenti previsti dalla legge: referti, verbali pronto soccorso, lettere di dimissione, profilo sanitario sintetico, prescrizioni specialistiche e farmaceutiche, cartelle cliniche, erogazione di farmaci, esenzioni, lettere di invito per gli screening, ecc. In particolare per le strutture e gli ambulatori scatta l’obbligo di rispettare stringenti criteri tecnologici (per esempio in merito alla tutela della privacy), ma anche di aggiornamento tempestivo dei dati (entro 5 giorni) dopo l’esecuzione di esami o visite. Il fascicolo che è finanziato anche con i fondi del Pnrr è però snobbato ancora da molti italiani: meno di uno su due ha dato il consenso all’utilizzo dei propri dati sanitari.
Come funziona il fascicolo sanitario elettronico
I cittadini possono accedervi tramite lo Spid o la carta d’identità digitale trovandoci tutti i documenti sanitari che da ora in poi devono essere caricati da strutture pubbliche e private: si va dalle ultime analisi effettuate agli esami radiologici, dai farmaci che si prendono abitualmente ai referti di pronto soccorso fino ai ricoveri o al “patient summary”, una sorta di breve identikit del paziente scritto dai medici di famiglia Una svolta che però ancora molti italiani non conoscono visto che secondo l’ultimo monitoraggio ufficiale che risale a settembre scorso praticamente solo un su quattro (il 27%) aveva effettuato almeno un accesso al proprio fascicolo negli ultimi 90 giorni. Ma soprattutto meno di uno su due (il 44%) ha dato il consenso alla consultazione dei propri dati da parte del personale sanitario. Questa mancata adesione rappresenta molto più di un semplice adempimento burocratico nato nel rispetto del diritto alla privacy dei pazienti. Perché senza il consenso dei cittadini il fascicolo sanitario è praticamente inutilizzabile in ospedale, negli ambulatori o negli studi dei medici e anche in pronto soccorso, quando avere una informazione in più in tempi strettissimi può essere cruciale per salvare una vita.
Consenso ai dati sanitari e utilizzo ancora a macchia di leopardo
A snobbare di più il fascicolo sanitario – dove in futuro si potranno prenotare visite o cambiare il medico di famiglia – sono soprattutto i cittadini del Sud : se ben il 64% degli emiliani e il 53% dei lombardi lo bazzica con frequenza, in Puglia e Sicilia lo fa solo il 3%, mentre sul fronte del consenso si va dal 92% di sì degli emiliani e l’89% dei veneti allo striminzito 2% dei calabresi e al 3% dei campani. Su questo ultimo punto, quello del consenso, si innesta il corto circuito senza il quale il fascicolo non è accessibile dal personale sanitario: il mancato consenso da parte dei pazienti alla consultazione non blocca ovviamente le prestazioni di cui si ha diritto, ma i dati e i documenti contenuti sono visibili soltanto al paziente stesso e al medico che li ha prodotti e «non saranno acceduti per finalità di diagnosi, cura e riabilitazione, profilassi internazionale e prevenzione», avverte un messaggio scritto un po’ in burocratese che compare quando si apre il proprio fascicolo sanitario elettronico dove è sempre possibile “flaggare” il proprio consenso. Su questo punto così delicato il ministero della Salute ha organizzato anche una campagna di informazione ed educazioni ai cittadini che è partita già da alcuni giorni e proseguirà per tutta la primavera.
Le ritrosie dei medici verso il Patient summary
L’accesso ai dati sanitari del paziente – secondo le ultime regole che ne disciplinano il funzionamento (Dm 7 settembre 2023) – sarebbe in teoria possibile, anche se in modo limitato, nei casi di emergenza come l’arrivo in pronto soccorso: in questi casi medici e infermieri possono infatti consultare almeno il cosiddetto profilo sintetico sanitario (il “patient summary”) nel quale ogni medico di famiglia dovrebbe descrivere in modo sintetico le condizioni del suo assistito, come la presenza di una patologia e le terapie scelte per curarla. Il problema è che nonostante la scadenza del 31 marzo riguardi anche i medici di famiglia vincolati a scrivere il patient summary dei loro assistiti nella realtà sono ancora molto pochi quelli che hanno adempiuto a questo obbligo visto che al momento ne risulterebbero completati circa 3,5 milioni su 58milioni potenziali. Quindi c’è ancora molto da fare e diversi medici di famiglia non nascondono le loro ritrosie: Il Patient Summary “così come attualmente previsto nell’ambito del Fascicolo sanitario elettronico 2.0, non è sostenibile per i medici di medicina generale. Non si può continuare ad aggiungere nuovi adempimenti ai medici di famiglia senza considerare il carico di lavoro già oggi eccessivo – dichiara Simona Autunnali, tesoriera nazionale del sindacato Snami –. La compilazione manuale del Patient Summary è inefficiente e inaccettabile. Il sistema deve essere automatizzato, utilizzando i dati già presenti nel Ssn. Al medico deve spettare la verifica e la validazione finale, anche alla luce delle rilevanti implicazioni medico-legali”.











