«I lavoratori informatici nordcoreani si spacciano per cittadini di altri paesi per ottenere lavoro e reddito attraverso piattaforme online gestite da aziende private per l’assunzione, gli appalti e la stipula di contratti di servizi. Questi lavoratori cercano contratti con l’intento di trasferire i propri stipendi alle agenzie nordcoreane per cui lavorano. Rappresentano inoltre una minaccia interna per le aziende e sono coinvolti nell’esfiltrazione di dati, nel furto di criptovalute e nel furto di informazioni sensibili. I lavoratori informatici nordcoreani impiegano metodi sempre più sofisticati, tra cui l’integrazione dell’intelligenza artificiale, per occultare la propria identità ed espandere le proprie attività a livello globale».

Il vantaggio per il regime è doppio: ottenere risorse economiche e, nello stesso tempo, creare possibili punti di accesso dentro organizzazioni straniere.

Russia, Cina e Corea del Nord: la pressione cyber sull’Occidente

La pista nordcoreana si inserisce in un fenomeno ormai strutturale. Nei rapporti occidentali sulla cybersicurezza ricorrono gruppi hacker descritti come collegati ad “attori statuali”: dietro questa formula compaiono soprattutto Russia, Cina e Corea del Nord.

Nel luglio 2026 Stati Uniti e altri Paesi alleati hanno attribuito al gruppo russo Laundry Bear una campagna di cyberspionaggio nata contro obiettivi ucraini e poi allargata a Stati della Nato. Gli hacker hanno sfruttato vulnerabilità nei sistemi di posta elettronica per sottrarre email e informazioni sensibili.

Sul fronte cinese, ad agosto le autorità americane hanno collegato a soggetti ritenuti vicini ai servizi di intelligence e alle strutture militari di Pechino una vasta attività contro amministrazioni pubbliche, laboratori energetici, aziende della difesa, istituzioni finanziarie e università. La Cina ha respinto le accuse.

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