Storie Web domenica, Agosto 16

Prima fase dei lavori completata entro il 2030

Il progetto sorge ad Abusera, nei pressi di Bishoftu, una quarantina di chilometri a sud di Addis Abeba. I lavori sono stati formalmente avviati il 10 gennaio e la prima fase dovrebbe essere completata entro il 2030, portando la capacità a 60 milioni di passeggeri l’anno. A regime si arriverà a 110 milioni, oltre a quasi 4 milioni di tonnellate di merci: numeri che trasformerebbero la capitale etiope in uno dei grandi nodi del traffico aereo tra Africa, Asia, Europa e Medio Oriente. L’aeroporto di Bole, che secondo il governo si avvicina ormai ai propri limiti, verrebbe progressivamente concentrato soprattutto sui collegamenti nazionali.

La corsa per i contratti

Bishoftu è qualcosa di più di una grande opera pubblica. Un hub di queste dimensioni significa piste, terminal e collegamenti ferroviari e stradali, ma anche sistemi di controllo del traffico aereo, telecomunicazioni, sorveglianza, sicurezza, gestione dei dati e un’enorme espansione della flotta di Ethiopian Airlines. Chi riuscirà a conquistare questi contratti non venderà semplicemente macchinari: potrà costruire relazioni industriali destinate a durare decenni.

La strategia cinese

Per la Cina il punto di partenza è favorevole. Imprese cinesi o joint venture a forte componente cinese rappresentano una parte consistente dei gruppi ammessi alle gare per i diversi pacchetti dell’aeroporto. Tra questi compaiono China Communications Construction Company, China Road and Bridge Corporation e China Civil Engineering Construction Corporation. Quest’ultima possiede inoltre un vantaggio non trascurabile: conosce già profondamente il sistema logistico etiope, avendo partecipato alla realizzazione della ferrovia elettrificata Addis Abeba-Gibuti, infrastruttura essenziale per un Paese senza accesso al mare.

Bishoftu si inserisce quindi in un terreno nel quale Pechino è presente da anni e nel quale le società statali cinesi hanno sviluppato capacità operative, personale, catene di fornitura e rapporti con le autorità locali difficili da replicare rapidamente. A questo si aggiunge il fattore prezzo: proprio la capacità delle imprese cinesi di presentare offerte competitive resta uno dei maggiori ostacoli al ritorno delle grandi società occidentali nelle infrastrutture africane.

Washington, però, non sembra intenzionata a lasciare campo libero. Il dipartimento del Commercio americano ha fatto sapere di essere “strettamente impegnato” per assicurare una forte partecipazione statunitense al progetto. L’interesse è coerente con l’indirizzo impresso dall’amministrazione Trump alla politica africana: meno enfasi sull’aiuto tradizionale e maggiore attenzione a investimenti, infrastrutture e accordi commerciali capaci di aprire mercati alle imprese americane. Nei documenti pubblicati quest’anno, il dipartimento di Stato ha esplicitamente indicato tra gli obiettivi il finanziamento di infrastrutture che servano allo stesso tempo la crescita africana e gli interessi strategici degli Stati uniti.

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