Qualcosa dovrà dire, Kevin Warsh, nella sua prima uscita a Jackson Hole di domani. La prima sfida è l’inflazione, da mesi troppo vicina al 4%. Ma con il nuovo presidente della Federal Reserve scelto da Donald Trump, è in gioco anche la credibilità e l’indipendenza della banca centrale americana. Mentre è già iniziato l’esame sulle strategie e ancora di più sulla comunicazione verso l’esterno dello stesso Warsh.
«È evidente che Warsh preferisce dire meno piuttosto che troppo», spiega Anwiti Bahuguna, co-responsabile degli investimenti presso Northern Trust Asset Management. «Tuttavia, è legittima la richiesta dei mercati, che vogliono un certo grado di trasparenza e comunicazione sulle ragioni dell’attuale orientamento e sulla lettura della situazione», aggiunge.
L’attesa dei mercati
I mercati attendono di capire, non chiedono anticipazioni ma informazioni, forse rassicurazioni. E fino a qui, al contrario, la reticenza di Warsh a dare risposte, ha finito per creare molta confusione. «A luglio Warsh non è riuscito, o non ha voluto, spiegare nemmeno la decisione di non intervenire sui tassi, pur essendogli stato chiesto esplicitamente. Non ha fatto capire cosa pensa dell’aumento dei tassi come strumento per contenere l’inflazione in questa fase. È stato un comportamento sconcertante», afferma Robert Tetlow, ex consulente senior per la politica monetaria della Fed. Il summit dei banchieri a Jackson Hole, nel Wyoming, può offrire a Warsh l’occasione per ritrovare equilibrio sulla forward guidance e anche nella sua leadership.
I dati sull’inflazione, pubblicati ieri dal dipartimento del Commercio, hanno aumentato, ma solo leggermente, le pressioni sulla Fed per un rialzo dei tassi di riferimento. Dopo il calo dei mesi scorsi, l’indice Pce ha mostrato infatti una persistenza inattesa dell’inflazione: l’indicatore preferito dalla Fed per le sue analisi ha segnalato a luglio un aumento del 3,7% dei prezzi delle spese per consumi personali rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. E anche il dato mensile è risultato superiore alle attese, attestandosi allo 0,2% a luglio dopo il calo dello 0,1% di giugno. Escludendo i prezzi di energia e alimentari, il cosiddetto Pce core è rimasto stabile al 3,3% su base annua, mentre è salito allo 0,2% su base mensile, dopo lo 0,1% di giugno.
Dopo la pubblicazione del rapporto, i future sui Federal funds indicavano una probabilità di circa il 42% di un rialzo dei tassi nella prossima riunione della Fed del 15-16 settembre, contro il 36% circa registrato subito prima dell’uscita dei dati. Questo, dopo che il mese scorso la Fed ha votato – a maggioranza con ben tre contrari sui dodici componenti del Fomc – per mantenere invariato il tasso di riferimento nell’intervallo tra il 3,50% e il 3,75%.





