Storie Web martedì, Aprile 21

«Nessun pasticcio, la norma è di assoluto buon senso. Stiamo raccogliendo alcuni rilievi tecnici del Quirinale e degli avvocati, e trasformeremo quei rilievi in un provvedimento ad hoc perché non c’erano margini di tempo sulla conversione del decreto per correggere la norma». Giorgia Meloni, appena arrivata al Salone del Mobile di Milano, spiega ai cronisti in un punto stampa che un nuovo decreto soppressivo del precedente rimedierà alle osservazioni piovute sul Dl Sicurezza che ha portato all’inserimento della novità che prevede un rimborso di 615 euro all’avvocato all’esito del rimpatrio volontario del migrante, erogato dal Consiglio nazionale forense.

Scartata la strada di un emendamento correttivo

La novità, subito contestata dallo stesso Cnf, dall’Associazione nazionale magistrati e dalle opposizioni, era finita ieri nel mirino del Colle (si veda Il Sole 24 Ore di oggi in edicola) e aveva costretto il sottosegretario Alfredo Mantovano a salire al Quirinale per un confronto con il presidente Sergio Mattarella. La premier chiarisce la strada imboccata dal Governo: non quella di un emendamento che avrebbe reso obbligatoria una terza lettura al Senato e a cui il centrosinistra si sarebbe potuto appigliare per mettere a rischio l’approvazione del decreto, che scade il 25 aprile, ma un nuovo provvedimento dopo un via libera del primo, a questo punto soltanto formale.

La difesa nel merito: «Norma di assoluto buon senso»

Ma nel merito dell’idea la premier resta favorevole. «Non mi è esattamente chiara la ragione per la quale noi che riconosciamo il gratuito patrocinio all’avvocato che assiste il migrante che fa ricorso contro un decreto di espulsione, e non dobbiamo invece riconoscere il lavoro di quel professionista che assiste un migrante quando volontariamente sceglie di essere rimpatriato», afferma. «A me non è chiaro, mi pare che sui rimpatri volontari assistiti siamo d’accordo. È una strumento che l’Europa ci chiede di intensificare, è uno strumento che continuiamo a portare avanti, è uno strumento che stiamo lavorando per rafforzare». «Almeno su questo – punge – mi pareva che fossimo d’accordo. Ora scopro che non siamo d’accordo più neanche sul rimpatrio volontario assistito, ma noi andiamo comunque avanti con delle norme che consideriamo di assoluto buon senso».

Partita nomine, «Di Foggia deve scegliere»

Quello dell’ennesimo incidente di percorso del Governo sulla materia della sicurezza non è l’unico tema su cui la premier viene sollecitata. C’è la partita delle nomine ingarbugliata dalla richiesta di una buonuscita di 7,3 milioni avanzata dall’Ad uscente di Terna, Giuseppina Di Foggia, indicata alla presidenza dell’Eni e considerata vicina alle sorelle Meloni. Qui la premier non tradisce l’irritazione già fatta filtrare ieri, insieme al pressing perché Di Foggia sciolga il rebus: «Questa credo che sia una scelta della Di Foggia, ovviamente nel caso valuteremo le nostre alternative. Credo che Di Foggia debba scegliere tra la presidenza dell’Eni la e buonuscita di Terna. Mi pare abbastanza semplice la questione». Sul trasloco del sottosegretario leghista all’Economia Federico Freni alla presidenza della Consob, osteggiata dagli azzurri di Antonio Tajani, invece glissa: «Non ne stiamo discutendo per ora».

Hormuz, la conferma: sì a missione anche senza Onu

Sollecitata infine sulla guerra in Iran e sulla situazione in Libano, Meloni cita i «negoziati in corso che sosteniamo», quelli a Islamabad tra Washington e Teheran e quelli diretti tra Tel Aviv e Beirut. «Sulla base dell’esito vedremo le priorità che ci dobbiamo dare». Ma sulla missione dei Volenterosi per garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, vitale per scongiurare una crisi economica ed energetica, conferma la posizione già trapelata venerdì da Parigi: «Siamo stati tra i primi a proporre che ci fosse copertura Onu, ma non è stato possibile per il veto di Russia e Cina. Vedremo se può essere superato, ma penso che alle condizioni che abbiamo fissato – un’operazione solo dopo il cessate il fuoco, che abbia una amplissima adesione internazionale e una postura esclusivamente difensiva – penso che l’Italia dovrebbe comunque esserci, ma deve essere il Parlamento a esprimersi».

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