Un collier, Malìa, ispirato alla testa di Medusa di Caravaggio, con tentacoli in oro rosa illuminati da rubini a goccia. E poi Florèa, un omaggio alla Primavera di Botticelli, che richiama la ghirlanda della dea Flora: margherite in oro bianco e piccoli fiori in zaffiri multicolori che punteggiano un prato verdissimo, fatto di piccoli smeraldi. Il parallelismo tra gioielli e opere d’arte è spesso naturale, ma nel caso di «Arte Maestra», collezione di alta gioielleria che Damiani ha presentato ieri sera con un evento sul Lago di Como, è d’obbligo: i pezzi, unici e preziosissimi, nascono dallo studio di otto capolavori che includono, oltre a quelli già citati, opere di Hokusai, Kandinsky, Seon, Van Gogh, Monet e Klimt. Un momento di celebrazione del savoir faire e della creatività italiana che l’azienda, fondata nel 1924 a Valenza Po e guidata dai tre fratelli Grassi Damiani (Giorgio, Guido e Silvia), ha sempre messo al centro della propria attività e anche del proprio racconto.
Quanto conta il segmento dell’alta gioielleria, composto da pezzi unici e di inconfondibile artigianalità, per il vostro business?
«Sono prodotti di altissimo livello che i clienti vogliono vedere dal vivo, anche per avere la possibilità di fare domande specifiche. Il cliente dell’alta gioielleria è molto sofisticato, attentissimo ai dettagli, e si approccia a Damiani perché cerca manifattura e design italiano. È un segmento di clientela che sta crescendo».
Chi sono e da dove arrivano i clienti di questi pezzi così unici e preziosi?
«Sono spesso coppie oppure donne che scelgono pezzi per se stesse, in totale indipendenza. E poi consumatori giovani, specialmente da Asia e Medio Oriente. La sensazione è che sia una fascia di consumatori che acquista un pezzo per piacere, più che per investimento, e quindi fa una scelta più consapevole del gioiello. Oltretutto, rispetto a un altro prodotto di lusso, il gioiello viene tramandato oppure può essere smontato e reinterpretato: questa filosofia è in linea con un atteggiamento più coscienzioso dei giovani, che vogliono evitare sprechi».
Il 2025 del gruppo Damiani si è chiuso con ricavi oltre i 400 milioni e un andamento migliore rispetto al mercato. Quali sono stati i fattori trainanti?«Noi puntavamo a una crescita più alta, ma siamo soddisfatti. Quest’anno stiamo invece andando già meglio delle stime. I numeri sono il frutto di una strategia di sviluppo aziendale che guarda al lungo termine: con passione e coerenza puntiamo alla costruzione di un gruppo più grande, sano, da lasciare a nostra volta ai nostri figli. E questo ci aiuta a tenere la barra dritta e ci dà il coraggio di investire anche nei momenti di crisi».
Che tipo di contraccolpi prevedete, vista la situazione in Iran e nel Golfo?
«Come dicevo l’anno è iniziato bene, io ho un punto di vista “privilegiato” sul Medio Oriente perché vivo a Dubai e posso dire che, inevitabilmente, un effetto negativo c’è stato, soprattutto sul fronte del turismo. La fine della guerra, in termini temporali e anche di risultato, avrà sicuramente un ruolo nel determinare l’andamento del lusso».
