In alcune aziende, prima degli stage, sono state necessarie delle riunioni di tutto lo staff. Per superare i pregiudizi intorno al carcere e spiegare l’importanza di un percorso di reinserimento. Poi, una volta infranto il tabù, i nuovi arrivati sono diventati solo degli altri colleghi. Per di più boccononiani. E non più solo dei detenuti. Da Nespresso a Redion (gruppo Generali) a Nestlé le aziende cercano – e talora trovano – i profili giusti, anche tra chi sconta una pena. Anche grazie al progetto carceri dell’Università Bocconi; sei detenuti, o ormai ex, si sono laureati in economia aziendale e managment e hanno impieghi a tempo anche indeterminato; 17 stanno completando il ciclo di studi, 10 hanno invece rinunciato (a volte dovuto rinunciare) dopo il trasferimento in un penitenziario fuori Milano. Ma dopo dieci anni dall’avvio dell’iniziativa nell’ateneo milanese, un aspetto in particolare è evidente. Che «se nel curriculum di una persona ci sono non solo gli anni di reclusione, ma anche una laurea in Bocconi e un lavoro in un’importante azienda, cambiano non solo le competenze acquisite, ma la fiducia e la possibilità di abbattere i pregiudizi e la diffidenza». Per Marta Cartabia, prorettrice all’Impegno sociale e agli affari istituzionali, a fare la differenza per uno studente detenuto è la garanzia che «Bocconi lo accompagna fino al primo lavoro, non solo alla laurea. Molti atenei hanno anche più studenti tra la popolazione detenuta, ma condurli fino all’ingresso nel mondo del lavoro è un valore aggiunto».
Come tutti gli altri iscritti alla Bocconi, anche i detenuti devono prima superare un test di ingresso (i vincitori godono di una borsa di studio); poi agli esami si preparano con libri e videoregistrazioni forniti dall’ateneo (non potendo partecipare alle lezioni in aula e non avendo accesso al web). E l’università invia i professori negli istituti di Opera o Bollate per le sessioni d’esame. «Dopo i primi esami passati avevo il sospetto che il percorso fosse facilitato per noi. Poi ho ripetuto cinque volte Storia economica e ho capito che non era così», ammette Mattia oggi impiegato alla Nespresso, dopo uno stage in Nestlè .
Sono quattro oggi i dipendenti Nespresso con un’esperienza di detenzione alle spalle: «Sono coffee specialist, addetti alle vendite, a Roma, Genova e Milano», racconta Simona Liguoro, responsabile risorse umane dell’azienda. «Prima di inserire un nuovo collaboratore con questo tipo di profilo- prima con stage retribuito, poi eventualmente assunti – spieghiamo ai team il mondo del carcere, sconosciuto ai più. Con l’aiuto anche di operatori penitenziari cerchiamo di superare certe resistenze. Spieghiamo che queste persone, per lo più a fine pena, hanno già pagato il loro debito con lo Stato e cerchiamo di creare le condizioni migliori per accogliere il nuovo collega». Una decina in totale quelle accolte da Nespresso negli ultimi 5 anni, non solo attraverso Bocconi ma anche mediante l’associazione Seconda Chance o propri accordi in particolare con l’istituto di Monza.
«Le persone che hanno affrontato percorsi complessi portano spesso una straordinaria capacità di adattamento, resilienza e determinazione, qualità che arricchiscono i team», riflette Giacomo Piantoni, responsabile risorse umane del Gruppo Nestlé. «Coerentemente con l’impegno per lì’inclusione e la valorizzazione delle diversità – aggiunge – in Nestlé sosteniamo percorsi che favoriscono la ripartenza nel mondo del lavoro di persone che hanno esperienze di detenzione. L’inclusione è un percorso di arricchimento reciproco».
Tra le difficoltà segnalate da più aziende quelle di conciliare le necessità organizzative – «anche solo di preparare turni di lavoro», raccontano – con quelle dell’amministrazione penitenziaria e con una certa imprevedibilità.
