E se in altri Paesi la seconda occupazione può rendere più vivace il mercato, in Italia non è così. Circa un lavoratore su quattro ha più di un datore di lavoro, ma continua a percepire redditi inferiori rispetto ai lavoratori stabili, con un divario medio che supera i 10mila euro annui.

Qualcosa di positivo emerge anche, ma è circostanziato alla stabilità dei giovani e non ai loro stipendi. Quasi il 60% dei precari tra i 25 e i 34 anni raggiunge una maggiore stabilità nel periodo esaminato, anche se rimane alta la percentuale (16,7%) di chi resta in una “stabilità precaria”, con redditi mediani attorno a 20.485 euro.

Casa e spese per i figli: ecco le conseguenze

Arriviamo alle conseguenze di un mercato del lavoro statico. La prima riguarda l’abitazione. Tra chi vive in affitto il reddito mediano si ferma a 20.526 euro, circa il 23% in meno rispetto ai proprietari di casa. Non solo: un affittuario su quattro ha un contratto intermittente o precario, contro poco più del 4% della platea generale. La fragilità reddituale, quindi, si somma a quella abitativa.

La seconda riguarda le famiglie e, in particolare, la spesa per i figli. Secondo il rapporto, il 38% delle famiglie con figli e almeno un lavoratore dipendente non sostiene alcuna spesa detraibile per istruzione o attività sportive. La quota cresce sensibilmente tra i redditi più bassi, dove arriva al 66,5%.

«Servono politiche strutturali sul lavoro»

Arriviamo all’attualità, allora. Perché secondo Emiliano Manfredonia, presidente nazionale delle Acli, «questi dati ci dicono che servono politiche strutturali sul lavoro, non sulla precarietà come eccezione da gestire, ma sulla dignità del lavoro come regola da costruire. Serve una visione, serve edilizia residenziale sociale, servono contratti di affitto accessibili per chi è giovane, per chi è solo, per chi è precario. Le priorità di un Paese si misurano da dove questo decide di stanziare le risorse. E le priorità della nostra Italia, in questo momento, non corrispondono ai bisogni che questo rapporto documenta».

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