Storie Web martedì, Maggio 26

La Turchia dimezza dal 25% al 12,5% l’imposta sulle aziende manifatturiere e introduce importanti esenzioni fiscali per il rimpatrio delle attività detenute all’estero così come per le società di servizi con sede nel centro finanziario di Istanbul. Il pacchetto, appena varato dal Parlamento di Ankara e pronto ad entrare in vigore a giugno, rientra nell’ambito del più ampio programma lanciato lo scorso aprile dal presidente Recep Tayyip Erdogan per rilanciare la competitività del suo Paese nell’attrarre capitali internazionali specialmente in questa fase di incertezza dello scacchiere mediorientale.

In un momento di riconfigurazione delle catene di approvvigionamento globali, la Turchia vuole sfruttare la sua posizione geografica di ponte tra l’Europa e l’Asia. Oltre al dimezzamento dell’imposta sulle imprese manifatturiere, la legge appena varata concede un’esenzione fiscale per 20 anni sui redditi provenienti dall’estero e un’amnistia fino al 2047 dall’imposta sui redditi derivanti dall’esportazione di servizi presso il centro finanziario di Istanbul. Quest’ultime due misure in particolare, ha spiegato il ministro del Tesoro e delle Finanze Mehmet Şimşek, allineerebbero la Turchia ad altri centri finanziari globali come Hong Kong e Singapore. La scommessa è quella di attrarre sul Bosforo una parte dei capitali in fuga dal conflitto con l’Iran e dall’instabilità nel Golfo Persico.

«La nuova legge porterà la Turchia a offrire le stesse agevolazioni che oggi garantisce Dubai» spiega Gino Costa, responsabile dell’attrazione degli investimenti esteri italiani in Turchia per conto di Invest in Turkiye, l’agenzia governativa della presidenza turca. «Il Paese – prosegue Costa – vuole crescere come anello di connessione tra le varie aree industriali del mondo e come meta del nearshoring». Il pacchetto di Erdogan per rendere la Turchia più attrattiva per gli investimenti esteri riguarda tutta la manifattura in generale, «ma in cima agli interessi del governo – ricorda Costa – ci sono soprattutto i settori a più alto contenuto tech, le tecnologie green e la difesa».

Nell’ultimo anno gli investimenti esteri in Turchia sono passati da 38 a 61 miliardi di dollari. Tra gli annunci più recenti balzano agli occhi quelli del comparto automotive, che alzano le quotazioni di Ankara come potenziale competitor nel risiko della ricollocazione della produzione globale di auto. La società cinese ZS Türkiye automotive spare parts ha appena avviato i piani per la realizzazione di un nuovo stabilimento produttivo a Edirne. Mentre dopo qualche tentennamento sarebbe finalmente ripartita la costruzione del maxi-impianto produttivo della Byd a Manisa, un investimento da un miliardo di dollari. Le trattative con il governo turco erano state avviate nel 2024 e le linee produttive, da 150mila veicoli all’anno, dovrebbero essere operative entro la fine del 2026.

Nonostante questi due annunci, quelli cinesi non costituiscono però la quota più importante dei capitali esteri diretti in Turchia, né tantomeno la fetta maggiormente in crescita: «Ad aumentare nell’ultimo anno sono stati soprattutto gli investimenti esteri dell’Europa, passati dai 27,9 miliardi di dollari del 2024 ai 40,8 del 2025 – spiega Francesca Pascali, economista del Research department di Intesa Sanpaolo». Che però non è così ottimista sulle possibilità della Turchia di aumentare significativamente la propria attrattività: «Oltre ai rischi derivanti dalle tensioni geopolitiche nel Medio Oriente – commenta – il Paese dovrà affrontare nel 2028 elezioni, che potrebbero influenzare le politiche economiche dei prossimo biennio».

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