Sindacati, organizzazioni contadine, movimenti sociali e altri gruppi chiedono risposte alla crisi. Con il passare delle settimane, però, una parte della protesta ha assunto una dimensione sempre più politica, arrivando in alcuni casi a invocare apertamente le dimissioni del presidente.

I blocchi stradali sono diventati il principale strumento di pressione. In un Paese montuoso e vasto come la Bolivia, dove gran parte delle merci viaggia su gomma, interrompere le principali vie di comunicazione significa rallentare il funzionamento dell’intero sistema economico. Secondo stime diffuse dalle associazioni imprenditoriali (quindi non dati del governo), le perdite accumulate nelle ultime settimane avrebbero raggiunto un valore pari a circa il 5% del prodotto interno lordo previsto per il 2026. Così, nella notte tra venerdì e sabato, è arrivata la decisione: stato di emergenza in tutto il Paese.

Cosa comporta lo stato di emergenza

Il provvedimento si basa sulla Legge 1740, approvata dall’assemblea legislativa lo scorso 8 giugno. Secondo quanto spiegato dal governo, la misura non comporta la sospensione generalizzata delle attività economiche né dei diritti costituzionali fondamentali.

Non è previsto un coprifuoco nazionale. Non è stata introdotta una legge secca valida per tutto il territorio. Le scuole, le università, i mercati, le attività commerciali e il sistema bancario continueranno a operare normalmente.

L’obiettivo dichiarato è infatti vietare i blocchi di strade e autostrade, garantire la circolazione delle persone e consentire il trasporto di beni essenziali.

Condividere.
Exit mobile version