Le Big Tech guidano Wall Street, ma devono sempre convincere gli investitori che la corsa all’intelligenza artificiale (Ai) produrrà utili e cassa sufficienti a sostenere gli investimenti. Alla data di giovedì 29 ottobre, cinque delle “magnifiche 7” hanno approvato le trimestrali e il mercato ha registrato (dopo due settimane consecutive di ribassi) la terza invece con il segno più: l’S&P 500 ha segnato +1,27%, il Nasdaq Composite +0,88% e l’indice dei semiconduttori (Philadelphia Semiconductor Index) +6,85%. Venerdì 30 ottobre, poi, la situazione è andata peggiorando: il crollo (-28%) di Intel (titolo non rientrante tra le Magnifiche 7 ma pur sempre molto importante per il settore) ha trascinato verso il basso l’industria dei chip su entrambe le sponde dell’Atlantico, innescando vendite sui titoli tecnologici.
Le trimestrali al 29 ottobre
Tesla ha pubblicato la trimestrale il 21 ottobre: utile rettificato sopra le attese e ricavi sostanzialmente in linea, ma profitti in calo rispetto a un anno prima. Il dato sulla cassa ha sorpreso favorevolmente, ma non basta a risolvere gli interrogativi sulla redditività futura. Sempre il 21 ottobre, pubblicati anche i conti di Meta: ricavi sopra le attese e prospettive positive sul quarto trimestre, con la redditività appesantita dagli oneri legali. Microsoft ha pubblicato il 28 ottobre risultati superiori alle attese, con ricavi di 92,3 miliardi di dollari (+19%) e utile rettificato per azione di 4,89 dollari contro i 4,73 previsti. A sostenere i conti è il cloud, con Azure in crescita del 48%. Più contrastati i conti di Alphabet, pubblicati lo stesso 28 ottobre (giovedì 29 il titolo è arrivato a perdere il 13%, bruciando 500 miliardi di dollari di capitalizzazione): ricavi di 127,6 miliardi, inferiori alle attese, nonostante il raddoppio del cloud. Pesano la pubblicità sotto le previsioni e un flusso di cassa libero negativo per 9,1 miliardi. Amazon (trimestrale comunicata il 29 ottobre) ha registrato ricavi di 201,9 miliardi (+12%) e cloud in crescita del 39%, ma i forti investimenti nell’Ai hanno pesato sulla cassa. Infine, Apple pubblicherà la trimestrale il 2 novembre, mentre Nvidia il 17 novembre.
Il ruolo della Fed
Non tutto, però, dipende dalla tecnologia. Il 28 ottobre la Fed ha mantenuto i tassi al 3,75-4%, dopo il rialzo di settembre, con un’inflazione ancora elevata. Per le Big Tech, tassi elevati aumentano il costo del capitale e, a parità di altre condizioni, riducono il valore attuale degli utili futuri.
Le valutazioni del settore
«Le valutazioni – assicura Michele Morganti, senior equity strategist di Generali Am – sono meno elevate di quanto spesso si ritenga. Il settore hi tech Usa ha già registrato un significativo de-rating (multipli in calo del 30% anno su anno) e le “magnifiche 7” scambiano intorno a 22 volte gli utili attesi, rispetto a una media storica di circa 27 volte. Le quotazioni riflettono quindi già una parte dei rischi legati a investimenti più elevati, crescita più lenta e maggiori fabbisogni finanziari. Il posizionamento degli investitori resta però relativamente affollato, il che rende i titoli vulnerabili a eventuali delusioni». Per Alessandro Tentori, Market strategist Europe di Bnpp Am – «le aspettative di crescita degli utili per il settore information technology dell’indice S&P500 sono oggi al 64% su base annua. Gli utili delle “magnifiche 7” dovrebbero crescere del 33% su base annua».
Come investire nelle Big tech?
«Le azioni singole – risponde Vincenzo Cagnetta, analista e consulente finanziario indipendente di Studio Enca – permettono una scelta mirata, ma espongono direttamente agli errori di valutazione su una società. Un Etf Ucits sul Nasdaq 100 permette di investire in un paniere di 100 grandi società non finanziarie, con un’esposizione rilevante alle Big Tech. Gli oneri annui dei prodotti disponibili variano dallo 0,13 allo 0,30%, ai quali si aggiungono commissioni di negoziazione ed eventuali spread tra prezzo di acquisto e vendita. La diversificazione tra più titoli riduce il rischio legato alla singola azienda, ma resta una forte concentrazione nei grandi gruppi digitali. I fondi attivi – aggiunge Cagnetta – affidano la selezione dei titoli al gestore, la cui capacità di creare valore va valutata al netto dei costi e rispetto a un indice di riferimento coerente. Qualunque sia lo strumento scelto, occorre considerare il peso complessivo delle Big Tech in portafoglio, comprese le esposizioni già presenti attraverso altri fondi, e il rischio di cambio, che non viene eliminato acquistando un Etf quotato in euro. Partecipare alla crescita digitale – conclude Cagnetta – richiede attenzione anche al prezzo pagato: distribuire gli acquisti nel tempo può ridurre la dipendenza da un singolo momento d’ingresso, ma non protegge dalle perdite».












