NEW DELHI – I lavoratori del settore tessile lunedì sono tornati in strada in alcuni distretti industriali del Bangladesh per chiedere aumenti salariali che gli consentano di far fronte all’impennata del costo della vita causata dal conflitto in Medio Oriente. Il fatto che le agitazioni – dopo gli scioperi e gli incidenti di domenica, e nonostante l’annuncio della formazione di una commissione governativa per affrontare la questione – siano proseguite dà la misura di quanto siano complesse le sfide poste dalla congiuntura economica al Paese asiatico.
La richiesta principale tra quelle avanzate in questi giorni riguarda il salario minimo. Quello attuale è di 12.500 taka mensili, equivalenti a 90 euro. I manifestanti – in quella che è chiaramente una tattica negoziale mirata a trovare un punto di caduta il più lontano possibile dalla cifra attuale – chiedono che venga più che raddoppiato a 30mila taka. Gli aumenti dovranno servire a neutralizzare almeno in parte un tasso d’inflazione medio che negli ultimi 12 mesi è arrivato all’8,65 per cento.
Toccherà alla commissione appena creata dal governo creare le condizioni per un compromesso che accolga una parte delle richieste dei lavoratori, ma senza ridimensionare eccessivamente l’appeal industriale di un Paese che oggi, in larga parte grazie al suo bassissimo costo del lavoro, è secondo solo alla Cina nella classifica dei principali esportatori di abbigliamento.
La decisione delle Nazioni Unite
Ma per mettere davvero a fuoco le ragioni per cui tra qualche mese i capi acquistati nelle varie catene di fast fashion costeranno un po’ di più è necessario fare non uno, ma alcuni passi indietro. I tempi dell’apertura dell’attuale fase conflittuale non sono affatto casuali, perché è di giovedì la decisione delle Nazioni Unite di concedere al Bangladesh lo status di Least Developed Nation per altri tre anni. In questo modo il Paese asiatico potrà continuare a beneficiare di una serie di agevolazioni commerciali e finanziarie.
La decisione rappresenta una boccata d’ossigeno per l’industria dell’abbigliamento, che potrà continuare a godere dell’accesso in esenzione dai dazi a mercati chiave come quello dell’Unione europea. Le associazioni imprenditoriali avevano avvertito che la perdita di tali agevolazioni sarebbe potuta costare miliardi di dollari in esportazioni. Non ultimo per il rischio che coincidesse con una prolungata fase di instabilità internazionale.
