È la tarda mattinata di un’afosa domenica d’estate quando nel cuore del Pilastro, quartiere popolare e multietnico di Bologna, si consuma il dramma.
Abderrahim Fakir, 42enne di origine marocchina, regolare in Italia e titolare di un’impresa di facchinaggio, è morto in via Svevo immobilizzato dagli agenti di polizia. Le strade del quartiere – le stesse che nel 2020 finirono al centro delle cronache per il blitz elettorale di Matteo Salvini a suonar citofoni in cerca di spacciatori – sono immediatamente teatro di tensioni e proteste da parte di residenti e familiari della vittima.
Bologna , via Italo Svevo (GoogleMaps)
La ricostruzione dell’episodio poggia anche su un drammatico video registrato da un residente dalla finestra di casa.
Fakir, arrivato al Pilastro per fare visita ad alcuni parenti, avrebbe dato in escandescenze in un garage. Allertate dai cittadini, sul posto sono confluite una volante e un’ambulanza del 118. Davanti alla reazione dell’uomo, che ha preso a calci l’auto di servizio, i poliziotti hanno utilizzato prima lo spray al peperoncino e poi lo hanno bloccato a terra a pancia in giù, premendo le ginocchia per tenergli i polsi dietro la schiena.
Nel filmato si sente distintamente il 42enne urlare “Basta, aiuto!“, mentre una terza persona interviene per fermargli le caviglie prima che l’uomo perda i sensi. Minuti concitati a cui hanno assistito almeno due soccorritori del 118, che nel video si vedono intervenire solo in un secondo momento, quando l’uomo, ormai privo di conoscenza, viene legato a polsi e caviglie. L’Ausl di Bologna ha già disposto un’indagine interna sull’operato del personale sanitario.
In via Svevo scoppia il caos, con la folla che intona cori controla polizia.
“Non mi darò pace finché mio fratello non sarà vendicato. Lo hanno ammanettato ed è morto, lo hanno aggredito e picchiato, ci sono testimoni”, sono le parole disperate della sorella della vittima, mentre la folla inferocita è in parte calmata solo dall’intervento dell’altro fratello dell’uomo. I residenti protestano contro quello che i parenti definiscono “un assassinio di Stato”.
“Non mi darò pace finché mio fratello non sarà vendicato”. Sono le parole della sorella delll’uomo di origine marocchina morto durante un controllo di polizia. La donna, insieme all’altro fratello con il quale viveva il 43enne, ha seguito piangendo tutte le fasi dell’accertamento della polizia.
“Non sappiamo cosa è successo – prosegue parlando con i cronisti, molto scossa – non sappiamo cosa è successo. Lo sanno loro, la polizia, cosa è successo a noi è arrivata la chiamata che è morto. Lo hanno ammanettato ed è morto. Lo hanno aggredito loro”.
La Questura di Bologna ha fornito la propria versione dei fatti, rimarcando che l’intervento è scattato su richiesta dei cittadini per una persona in forte stato di alterazione e che il contenimento è avvenuto anche alla presenza dei sanitari.
Le bodycam dei poliziotti verranno messe a disposizione del pubblico ministero Domenico Ambrosino, titolare del caso. Nel frattempo, la politica si spacca: se il sindaco Matteo Lepore e il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele De Pascale hanno chiesto che venga fatta piena luce sulla dinamica, Lega e FdI prendono posizione a difesa della polizia.
