«L’Ai ha qualcosa di diverso dalle altre rivoluzioni tecnologiche. Il rischio è la delega cognitiva. Perché il pensiero è ciò che definisce la nostra identità. Per questo è necessaria una postura di responsabilità davanti all’utilizzo dell’Ai generativa». Gionata Tedeschi, Innovation strategist, introduce così, durante l’“incontro con l’autore” a Trento, i temi del suo “Ai rigenerativa” , libro edito dal Sole 24 Ore dove non dà risposte «perché scadono nel giro di un mese», ma applica «un metodo dialogico, fatto di incontri con imprenditori, filosofi, studenti e professionisti per costruire una mappa attraverso le scintille che emergono dal confronto».
Uno sforzo che trova una sua strada lontana da catastrofismo e utopia: «L’intelligenza artificiale è come uno specchio, se ci poniamo con negligenza i risultati saranno di negligenza, se con superficialità saranno superficiali, ma se ci poniamo con il pieno delle nostre possibilità possiamo ottenere risultati straordinari». Secondo Tedeschi «proteggere la “serendipità”, cioè la capacità di lasciare spazio all’imprevisto, oggi è una responsabilità culturale ed educativa».
Concorda Franco Bernabè: «Il problema che vedo è anche generazionale. Per chi, come me, ha già attraversato una lunga esperienza professionale, l’intelligenza artificiale è uno straordinario moltiplicatore di produttività perché si ha già una struttura di conoscenze e domande consolidate. Ma questo vantaggio non è distribuito allo stesso modo. Oggi i ragazzi usano l’Ai alle medie. E il 90% di loro all’università». Questo ha diversi rischi, perché i più giovani rischiano di fare domande all’Ai in modo acritico. «Qui nasce una divisione: da un lato chi sa usarla e aumenta le proprie capacità cognitive e produttive; dall’altro chi non la usa o la usa passivamente e rischia un degrado cognitivo progressivo».
Su un punto però il confronto si sposta su un piano più strutturale. «In un mondo in cui l’informazione è disponibile liberamente, anche quella complessa, ciò che facevamo all’università – cercare, selezionare e interpretare informazioni – è in parte superato». Il problema, osserva Franco Bernabè, non è più l’accesso alla conoscenza, ma ciò che viene dopo: la capacità di generare creatività.
«L’università è un’istituzione molto conservativa», sottolinea, «non è strutturata per sviluppare creatività ma per trasmettere sapere e consolidare percorsi già esistenti». Eppure, aggiunge, proprio lì si gioca oggi la partita decisiva, perché la creatività non coincide con l’accumulo di informazioni, ma con la capacità di combinare, rischiare, produrre soluzioni nuove. Un’attitudine che spesso, osserva, si sviluppa anche fuori dai percorsi accademici tradizionali, nell’impresa e nell’esperienza diretta.
