Con la morte, all’età di novanta anni, di Natalino Irti se ne è andato uno dei nostri “maggiori”, per usare il linguaggio con cui ancora a metà Novecento, secolo che gli è appartenuto pienamente, si indicavano i grandi maestri. Irti lascia tre eredità: nella teoria del diritto, nella pratica dell’avvocato, nella più vasta dimensione della scrittura e del dibattito culturale, che i lettori del nostro giornale ben ricordano grazie ai suoi raffinati e influenti interventi della domenica.
La sua famiglia era di Avezzano. Il padre Aurelio, classe 1900, era un avvocato penalista con formazione dannunziana, volontario a 17 anni nella Prima guerra mondiale, nazionalista e fascista. La madre Maria, del 1908, era una ragazza borghese che leggeva romanzi e suonava il piano. Ricordava Irti al Sole-24 Ore a proposito degli anni universitari alla Sapienza di Roma, dopo l’infanzia e l’adolescenza abruzzesi: “Frequentavo i convegni del Mondo. Era un ambiente severo e distaccato. Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi davano poca confidenza. Mario Ferrara era il più amichevole. Quella cifra mi ha segnato per tutta la vita: nel liberal-socialismo come terza via politica e culturale e nell’impegno pubblico, quando avrei dato il mio contributo negli organi di governo dell’Iri”.
Irti ottiene la libera docenza in diritto civile a 28 anni e vince il concorso per la cattedra a 32. Allievo di Emilio Betti, insegna a Sassari (fra i suoi colleghi Valerio Onida, Gustavo Zagrebelsky e Francesco Cossiga), Parma, Perugia e Torino: “Vi ho trascorso tre anni. Era un ambiente culturale di estrema autorevolezza. C’erano Giovanni Conso e Norberto Bobbio”, ricordava. Nel 1977 è chiamato alla facoltà di giurisprudenza della Sapienza, dove insegna istituzioni di diritto privato, diritto civile e teoria generale del diritto creando una vera e propria scuola che perdurerà dopo la sua scomparsa.
La sua eredità è prima di tutto culturale. Si legge sulla Treccani: “Già nel volume L’età della decodificazione (1979) Irti analizzava la fenomenologia della progressiva erosione del codice civile, sempre più emarginato per l’insorgere di veri ‘statuti di gruppo’, risultato di un ‘policentrismo legislativo’ che ha reso possibile il proliferare di leggi speciali dettate dagli interessi dei soggetti diversi (parti sociali, centri di potere economico e politico) che strutturano la società civile”.
Irti, con realismo non nichilista, sottolinea il tramonto di ogni fondamento trascendente del diritto (teologico, metafisico o di natura). Le singole norme giuridiche sono l’espressione della volontà razionale di gruppi di potere economico, politico e tecnologico. Di qui, nella forma estrema della globalizzazione, il diritto assume il profilo della pura artificialità. La tecnicità del diritto si afferma nel contesto generale stabilito a sua volta dai rapporti di forza che, di volta in volta, si stabiliscono.
