Il rapporto Oised prova a delineare un modello organizzativo per colmare questa lacuna, individuando cinque profili di utenti che potrebbero essere seguiti nelle Case della Comunità, senza sostituire i SerD, che manterrebbero la funzione di riferimento per le situazioni più complesse. Tra i destinatari ci sono soprattutto i giovani sotto i 25 anni con consumi problematici associati a disagio psicologico, depressione o ritiro sociale; gli studenti già intercettati dai servizi di ascolto scolastico; gli under 34 con episodi di binge drinking o uso problematico di sostanze e psicofarmaci. La rete territoriale potrebbe inoltre seguire persone con dipendenze stabilizzate, impegnate in percorsi di reinserimento lavorativo e sociale, e pazienti che hanno concluso il trattamento ma necessitano di controlli per prevenire le ricadute.
Per realizzare questo modello servirebbero nuove risorse professionali, soprattutto psicologi, educatori e assistenti sociali, affiancati da medici, psichiatri e infermieri. Le simulazioni indicano un fabbisogno variabile, a seconda della quota di persone oggi escluse dalle cure che si riuscirebbe a intercettare: per le dipendenze da sostanze illegali si va da 4,2 a 13 operatori per struttura, per un totale nazionale compreso tra 1.829 e 5.681 professionisti. Per l’alcol la stima oscilla tra 3,7 e 13,1 operatori per Casa della Comunità, con un fabbisogno complessivo da 1.635 a 5.630 unità.
Non si tratta di organici già finanziati, ma di scenari di programmazione costruiti su diverse ipotesi di presa in carico. L’investimento potrebbe tuttavia avere ricadute anche economiche. Secondo le simulazioni Oised, riuscire a intercettare tra il 5% e il 10% delle persone con dipendenza da stupefacenti oggi non seguite potrebbe generare risparmi annui tra 102 e 222 milioni di euro. Per l’alcol il beneficio potenziale è stimato tra 17 e 48 milioni. Il rapporto quantifica in 8,2 miliardi i costi diretti annuali delle dipendenze e in circa 25,2 miliardi l’impatto economico complessivo, pari all’1,1% del Pil, includendo anche i costi indiretti e il valore del mercato delle sostanze illegali.
La questione, dunque, non è soltanto rafforzare i servizi esistenti, ma costruire una rete capace di raggiungere le persone prima che abbiano bisogno di interventi più complessi. Una sfida che chiama in causa l’organizzazione della sanità territoriale: le Case della Comunità potranno diventare davvero un presidio di prossimità anche per le dipendenze soltanto se alla loro realizzazione seguiranno competenze, personale e percorsi assistenziali strutturati.


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