Gli italiani al Nord e al Centro vivono in media quasi un anno e mezzo in più dei loro connazionali del Mezzogiorno, una differenza nell’aspettativa di vita che è praticamente raddoppiata in favore del Settentrione nel giro di vent’anni. E con divari a livello regionale che sono ancora più evidenti: a Trento a esempio si vive ben tre anni di più che in Campania, così come veneti e marchigiani vivono quasi 2 anni in più (1,8) rispetto a siciliani e molisani. Eccolo uno degli indicatori che salta più all’occhio della nuova mappa delle diseguaglianze in salute così come è stata appena aggiornata nei giorni scorsi dall’Istat con gli indicatori Bes, quelli che analizzano il Benessere Equo e Sostenibile in Italia attraverso 148 indicatori suddivisi in 12 settori. Tra questi c’è proprio lo stato di salute che nel nostro Paese cambia sempre di più in base al cap: se la speranza di vita alla nascita nel 2025 è stata di 83,7 anni con l’Italia che occupa il terzo posto in Europa dopo Spagna e Svezia (rispettivamente 84 e 83,8 anni), ecco che a livello territoriale emergono le faglie che dividono quantomeno in due il nostro Paese.
Al Sud l’aspettativa di vita nel 2025 è stata di 82,8 anni, contro gli 84,2 nel Nord e gli 84 nel Centro: in pratica 16 mesi e 14 mesi in più al Centro Nord, un dato in aumento rispetto al 2004, quando la speranza di vita nel Nord e nel Centro era solo 0,7 anni più alta di quella del Mezzogiorno. E così la maggior parte delle regioni meridionali, ma anche Lazio e Piemonte (entrambe 83,6 anni, 0,1 anni sotto al valore dell’Italia), si collocano al di sotto della media nazionale.
Diseguaglianze queste confermate anche dai numeri sulla speranza di vita in buona salute che anche stavolta nel Centro Nord (a eccezione dell’Emilia Romagna con un valore di poco inferiore) supera la media nazione di 59,1 anni mentre quasi tutte le regioni del Mezzogiorno sono al di sotto: addirittura il divario qui supera i 10 anni con Bolzano dove gli abitanti possono contare su 67,9 anni di vita in buona salute, Trento con 62,7 anni e il Friuli con 62,1 contro i 52,6 anni della Calabria, i 54,9 anni della Basilicata e i 55,9 anni della Sicilia. Non è tutto: come riporta l’Istat anche i i livelli più elevati di mortalità infantile si registrano nel Mezzogiorno (con tassi pari a 2,9 per 1.000 nati vivi nel Sud e 3,3 nelle Isole) così come quelli di mortalità per i tumori (8,3 ogni 10.000 residenti al Sud e 7,9 nelle Isole, rispetto a 7,2 nel Centro e nel Nord-ovest e 6,6 nel Nord-est).
Divari questi davvero importanti – legati a una assistenza sanitaria più carente oltre che a stili di vita peggiori – che rendono ancora più pesante l’allarme lanciato dal capo dello Stato Sergio Mattarella lo scorso 28 ottobre in occasione de i “Giorni della Ricerca” proprio sul rischio che le diseguaglianze in salute si allarghino: «Il Servizio sanitario nazionale è nato per rendere il diritto alla salute un diritto pieno di cittadinanza. Ne sarebbe vanificata la funzione se le risorse disponibili, o le offerte di cura, o la qualità di strutture e infrastrutture, allargassero anziché restringere le diseguaglianze». E la manovra di bilancio ora in discussione rischia di peggiorare le cose stanziando in più per il 2027 solo 2,4 miliardi, meno della metà di quanto chiesto dal ministro della Salute Orazio Schillaci (5,5 miliardi) e dalle stesse Regioni che ne avevano richiesti 6,8 miliardi solo per il prossimo anno per poter garantire i servizi.
Tra l’altro come un cane che si morde la coda lì dove già c’è meno salute si registra anche un tasso più alto di persone che rinunciano a curarsi a causa delle liste d’attesa o dei costi oppure della difficoltà ad accedere ai servizi sanitari: secondo l’Istat nel 2025 sono oltre 5,6 milioni gli italiani (9,6%) che hanno dichiarato di avere rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria pur avendone bisogno. In un anno l’indicatore sulla rinuncia alle cure scende nel Nord da 9,2% a 8,7%, mentre rimangono stabili i valori nel Centro (10,7%) e nel Mezzogiorno (10,3%) «con conseguente aumento del divario territoriale». Tra gli italiani che rinunciano di più a curarsi ci sono i sardi: praticamente uno su cinque (19,5%) ha rinviato una prestazione sanitaria, compresi controlli periodici, visite o accertamenti per prevenzione.

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