L’Emilia-Romagna continua a produrre ricchezza, ma non riesce più a distribuirla come un tempo. E soprattutto cresce a due velocità: quella della via Emilia, dove si concentrano le grandi imprese, le filiere industriali e il 70% del Pil regionale, e quella della pianura e dell’Appennino, sempre più distanti dal cuore economico della regione.
È la fotografia, insieme solida e preoccupante, scattata da Guido Caselli, vicedirettore di Unioncamere Emilia-Romagna, nella ricerca “Cartoline dal futuro. L’Emilia-Romagna tra il non più e il non ancora”. I numeri raccontano un’economia che tiene, ma fatica a ritrovare slancio.
Manifattura in risalita
Il Pil regionale crescerà dello 0,9% nel 2026, in linea con l’Italia, mentre per il 2027 è previsto un rallentamento allo 0,7%. A sostenere il sistema è soprattutto la manifattura, che dopo anni difficili torna leggermente positiva (+0,6% nel primo semestre), accompagnata dall’export (+3%). Ben diverso il quadro degli altri comparti: costruzioni e commercio segnano entrambi -0,4% nei primi sei mesi dell’anno, l’artigianato -1,5%. Un divario che conferma quanto la forza industriale resti decisiva, ma non sufficiente a trascinare l’intera economia regionale.
Il potere d’acquisto
C’è poi la questione del potere d’acquisto. Dal 2019 i salari reali per addetto in regione hanno perso il 5%, mentre i profitti per addetto sono aumentati del 12%. Una forbice che si allarga ulteriormente con l’inflazione, arrivata a settembre in Emilia-Romagna al 4% secondo le ultime lettura dell’Istat, con rincari del 16,6% per elettricità, gas e combustibili. Il rischio è che la crescita economica smetta di tradursi in miglioramento delle condizioni di vita. È qui che Caselli richiama i «due fili rossi» dello sviluppo emiliano-romagnolo: «Il primo è la capacità dei territori di trasformare una moltitudine di imprese in un sistema», attraverso aziende leader e filiere radicate nei luoghi. «Il secondo è la capacità di trasformare la crescita economica in benessere diffuso e coesione sociale». Due legami che per decenni hanno fatto la fortuna del modello regionale, ma che oggi devono essere riallacciati su basi nuove.
La via Emilia al centro
La frattura più evidente è geografica. La via Emilia occupa appena il 30% della superficie regionale, ma concentra il 64% degli abitanti e il 70% del Pil. Negli ultimi dieci anni la popolazione è cresciuta del 4,5%, contro il calo dello 0,9% della pianura e dell’1,2% dell’Appennino. Ancora più netto il divario economico: tra il 2021 e il 2025 il Pil del corridoio centrale è aumentato del 6,7%, contro appena lo 0,2% della pianura e lo 0,7% della montagna.












