IL PUNTO – Kiev rompe la tregua energetica e sfida Trump: raid sulle raffinerie russe, scontro totale con Washington
La pazienza di Kiev è ufficialmente esaurita. Volodymyr Zelensky ha annunciato la ripresa immediata degli attacchi mirati contro le raffinerie di petrolio russe, mandando in frantumi la controversa tregua energetica annunciata a sorpresa da Donald Trump. Un’intesa fragile, rispettata dall’Ucraina soltanto per pochi giorni prima di accusare Mosca di aver continuato a colpire e mai confermata ufficialmente come frutto di un vero negoziato bilaterale.
«Il divieto è revocato. È finita, basta così», ha scandito con durezza il presidente ucraino in un’intervista al Financial Times. Quasi in contemporanea, Mosca ha denunciato un raid ucraino contro il polo di raffinazione di Rosneft nella regione di Rjazan — impianto strategico che copre quasi il 5% della capacità produttiva russa — a cui si è aggiunto l’abbattimento di sei bombardieri russi Su-34M nella base militare di Borisoglebsk, a Voronezh.
Lo scontro politico: Trump e Musk contro Zelensky
La mossa ucraina fa precipitare i rapporti tra Kiev e la Casa Bianca al livello più basso dall’inizio del conflitto. Trump, concentrato sull’impatto interno del prezzo del carburante che rischia di penalizzare i repubblicani alle Midterm, ha puntato l’indice contro Zelensky, sollecitandolo apertamente a farsi da parte.
Sulla stessa linea si è allineato Elon Musk: «Questo massacro continuerà. È ora che Zelensky se ne vada», ha dichiarato l’imprenditore, confermando le limitazioni imposte a Starshield (la versione militare di Starlink) e addossandone la paternità a Washington. «I sistemi sono di proprietà del governo degli Stati Uniti e sotto il suo controllo: qualsiasi limitazione viene decisa dalle forze armate e, in ultima istanza, dal Presidente».
Zelensky ha replicato parlando di scelte puramente politiche: «Non è stato un problema tecnico, è stata una questione di volontà», accusando il tycoon di avere una naturale e istintiva affinità per i regimi autocratici.
La morsa su Kiev: intelligence al contagocce e scorte al limite
Al di là dello scontro retorico, la frattura si traduce per l’Ucraina in vulnerabilità operative concrete. I terminali Starlink sul campo sono stati riattivati per l’uso in movimento solo fino a circa 160 km/h (100 mph), una velocità insufficiente per guidare missioni di intercettazione veloce e raid con droni a medio raggio. Negli ultimi giorni, inoltre, funzionari ucraini hanno segnalato la mancata ricezione degli alert satellitari statunitensi sui lanci di missili russi (giustificata formalmente come anomalia tecnica, mentre Trump nega blocchi deliberati).
Con le scorte di missili Patriot ormai agli sgoccioli e l’Europa incapace nel breve termine di rimpiazzare l’intelligence satellitare Usa o la connettività Starlink — nonostante l’invio da parte di Londra di nuovi missili a lungo raggio Storm Shadow e il blocco europeo ai tentativi americani di sgelare gli asset russi —, Kiev si ritrova sotto pressione estrema.
Pioggia di droni e allarme nel Mar Nero
Approfittando delle esitazioni occidentali, Mosca ha intensificato i bombardamenti. Nelle ultime ventiquattr’ore sono stati oltre 850 i droni Shahed lanciati contro il territorio ucraino: «Non c’è stata un’ora senza allarmi nel nostro cielo», ha denunciato Zelensky. I raid hanno provocato vittime civili a Kropyvnytskyi e nei pressi di Dnipro, oltre a feriti a Odessa, mentre immagini satellitari rivelano che la Russia ha quasi completato una gigantesca base di lancio per droni a reazione a Rostov, estesa quanto 126 campi da calcio.
La guerra dei droni sta ormai lambendo direttamente i confini dell’Alleanza Atlantica: la Romania ha segnalato la scomparsa di sette persone a seguito di attacchi contro imbarcazioni nelle acque del Mar Nero, lungo rotte marittime al largo delle coste romene e bulgare, confermando come l’escalation stia pericolosamente allargando il proprio raggio d’azione.












