Storie Web martedì, Ottobre 6

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) giudica “basso”, sulla base delle notizie finora disponibili, il rischio per la salute pubblica dopo la morte di una tecnica dell’Istituto di ricerca contro la peste in Siberia, in Russia.  Ha affermato oggi a Ginevra il portavoce dell’Oms, Christian Lindmeier. 

“Sulla base delle informazioni non ufficiali disponibili, il rischio sanitario per la popolazione generale appare basso”, ha sottolineato Lindmeier. “Tutti i contatti della paziente sono stati identificati e vengono monitorati, e al momento secondo quanto riferito nessuno ha mostrato sintomi di malattia”.  Le autorità sanitarie russe hanno reso noto per ora la morte della tecnica di laboratorio a causa di una polmonite di origine non ancora chiarita. Media locali, invece, hanno parlato di peste, che la donna avrebbe contratto a causa della rottura accidentale di una provetta in laboratorio.

Verifiche su circostanze, esami di laboratorio, modalità tracciamento

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)  sta “monitorando attentamente la situazione” dopo il presunto caso di peste che avrebbe causato la morte della ricercatrice che lavorava all’Irkutsk Anti Plague Institute in Siberia. Ad oggi, “non è stata confermata ufficialmente” alcuna causa di morte dell’operatrice di Irkutsk, “accertamenti di laboratorio sono in corso”, ha affermato oggi a Ginevra il portavoce dell’Oms, Christian Lindmeier. 
“In conformità con il Regolamento Sanitario Internazionale (Rsi) – ha spiegato Lindmeier – l’Oms è in contatto con le autorità
sanitarie russe per verificare l’evento, le circostanze, gli esami di laboratorio in corso e i relativi risultati, le modalità di tracciamento dei contatti e lo stato di salute di questi ultimi, nonché le potenziali implicazioni per la salute pubblica internazionale”, ma resta in attesa di una notifica ufficiale.

Nicastri (Spallanzani): “Non è una malattia sconfitta, casi nel mondo ma niente allarmi”

Il caso della ricercatrice, “non deve sorprendere, simili episodi sono accaduti in passato e possono verificarsi di nuovo. È accaduto anche pochi giorni fa con l’Ebola in Congo e l’operatore di Msf rientrato nei Paesi Bassi. Nei laboratori” dove si maneggiano agenti virali e batterici di livello 3 o superiore “occorre la massima attenzione e vanno rispettate le misure di sicurezza previste dalla normativa. La peste però non è una malattia infettiva sconfitta, appartiene alla nostra storia presente e passata così come alla storia della Medicina.
Abbiamo ancora centinaia di casi nel mondo concentrati in alcuni Paesi: in Madagascar c’è stata una recente epidemia con qualche centinaio di casi. Poi ci sono stati casi in Congo e qualcuno in Perù.
Ma anche in Usa, soprattutto negli stati del Sud al confine con il Messico vi sono una decina di casi per anno. È una malattia infettiva di natura batterica che si combatte anche con vecchi antibiotici che costano poco”. A fare il punto per l’Adnkronos Salute è Emanuele Nicastri, direttore della Uoc di Malattie Infettive ad alta intensità di cura dell’Irccs Inmi Spallanzani di Roma.

La ricercatrice, 28 anni, si chiamava Daria Shipilova, ma almeno 200 persone – con le quali potrebbe aver avuto contatti – sono state messe in quarantena in diversi ospedali e a domicilio. “La peste polmonare è la variante più grave della peste, il cui vettore è la pulce dei topi mentre i roditori rappresentano il principale serbatoio animale – spiega Nicastri – il contatto con l’uomo porta alla puntura della pulce che provoca l’infezione locale. I linfonodi reagiscono alla iniziale infezione cutanea e drenano le secrezioni infette, i cosiddetti ‘bubboni’ – che hanno dato il nome alla peste bubbonica – a livello dei linfonodi. Poi può dare luogo a una infezione sistemica attraverso il torrente circolatorio, ecco la peste sistemica, e poi infine localizzarsi nei polmoni, la peste polmonare appunto”.
Il caso registrato in Siberia invece “è verosimilmente causato dalla aerosolizzazione dei microorganismi batterici presenti nella provetta che si è inavvertitamente rotta provocando una esposizione ad alta carica batterica direttamente a livello polmonare. Sarebbe bastata una mascherina Ffp2 per evitare il contagio: parliamo di una malattia che conosciamo bene e che non spaventa ma va ricordato che si può morire, come è accaduto con la ricercatrice. In conclusione, secondo Nicastri, in un contesto occidentale, dove si è più abituati ad altre forme di polmonite, la peste polmonare è una sfida diagnostica perché potrebbe essere inizialmente confusa con altre patologie. L’elevata carica batterica dell’esposizione, il ritardo nella diagnosi e il tardivo avvio della terapia antibiotica potrebbero aver contribuito al decesso della ricercatrice”.
 

 

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