Storie Web venerdì, Ottobre 2

“Time is Brain”. Il tempo è cervello. E’ questa la prima regola in caos di ictus, perché occorre essere rapidissimi nel riconoscere i sintomi e i segni della lesione cerebrale e quindi attivare le cure. In caso di ictus ischemico, la forma più frequente, grazie alle possibilità offerte dai farmaci e dai trattamenti che disostruiscono il vaso è possibile ridare sangue ed ossigeno ai neuroni dell’area che ha sofferto. Ma non sempre, pur se i neuroni possono riprendersi grazie al ricircolo del nutrimento, si riesce a recuperare quanto si dovrebbe Così, anche se le terapie in urgenza sono state ottimali, a distanza molte persone possono avere ripercussioni di tipo sensitivo o motorio legate all’ischemia. Un mistero, viene da pensare. Ora però la scienza fa luce su quanto accade. E rivela che dietro agli esiti invalidanti dell’ictus può essere una sorta di meccanismo “kamikaze” del cervello stesso, che innesca la formazione di microcoaguli che vanno a bloccare il sangue nelle piccolissime arterie, innescando problemi che danneggiano i tessuti anche molto tempo dopo che si è risolto il problema di partenza. A dirlo è una ricerca condotta dagli esperti dell’Università del Colorado Boulder e dell’Università di Anversa pubblicata su PNAS, la rivista dell’Accademia Americana delle Scienze, e coordinata da Debanjan Mukherjee, dell’ateneo USA e Frederik Denorme dell’Università di Anversa.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Cosa accade col “no reflow”

Si sa che la rimozione di un coagulo alla base dell’ictus non sempre ripristina completamente il flusso al cervello. “Si tratta del fenomeno del “no reflow”. “Occorre differenziare la ricanalizzazione dalla riperfusione: riaprire la grande arteria non sempre porta a riperfondere il tessuto – spiega Massimo Del Sette, direttore della Neurologia presso l’Irccs San Martino-AOM Genova -. Questo fenomeno del ’no-reflow’, cioè mancata riperfusione si osserva accade in circa il 20% dei pazienti trattati”. Insomma: non basta eliminare il coagulo per risolvere ogni problema dei neuroni. E lo studio prova a svelare cosa capita. Analizzando il sistema nervoso centrale dei topi, gli esperti hanno visto cosa accade davvero dopo la rimozione del grumo di sangue con una trombectomia endovascolare, procedura che porta a rimuovere il coagulo stesso. Ed hanno visto che sebbene il flusso sanguigno riprendesse rapidamente dopo la procedura, in molti animali è risultato irregolare e addirittura a volte il sangue procedeva a ritroso. Non solo. Mentre il cervello cercava di deviare il sangue aggirando l’ostruzione iniziale, si sono formati minuscoli coaguli nel punto in cui i canali disordinati convergevano. “Insomma, per capire cosa accade in questo flusso retrogrado che danneggia la circolazione, occorre puntare sull’infiammazione del tessuto e sulla micro-trombosi dei rami più periferici dei vasi – fa sapere Del Sette –“.

La tempesta perfetta

Per capire cosa sta dietro la formazione dei coaguli, il FLOWLab di Mukherjee ha ricreato lo scenario al computer con simulazione su un cervello artificiale 3D con sangue finto sangue finto. Queste ricerche hanno permesso di comprendere il ruolo del fattore di von Willebrand, una proteina nota soprattutto per il ruolo che gioca nei processi di coagulazione del sangue e nel controllo dell’emorragia. Nello stato di riposo il fattore di von Willebrand è arrotolato come un gomitolo di spago all’interno dei vasi sanguigni, in attesa di segnali di allarme dal corpo che lo facciano distendere e iniziare a formare coaguli per arrestare l’emorragia. In un cervello colpito da ictus, il gomitolo si distende e la massa aggregata diventa un un filamento che attrae le piastrine, forma nuovi coaguli e blocca il flusso anche dopo la rimozione del coagulo originale. Non solo: lo studio ha dimostrato che la risposta infiammatoria del cervello allo stress interferisce con i meccanismi di protezione che normalmente tengono sotto controllo l’attività coagulativa delle proteine, creando quella che gli autori definiscono “una tempesta perfetta” di danni collaterali.

Verso le cure del futuro

Passando dal modello di laboratorio all’essere umano, ci sono peraltro osservazioni che indicano come questa possibilità si possa osservare anche nell’uomo. Sono tuttavia necessarie ulteriori ricerche per determinare perché in alcuni pazienti colpiti da ictus non si verifica il ripristino del flusso sanguigno, mentre in altri no. Lo studio ha però rilevato che i pazienti colpiti da ictus con livelli ematici più elevati di un composto pro-infiammatorio chiamato Interleuchina 6 presentavano un fattore di von Willebrand più iperattivo e una prognosi peggiore a lungo termine. Il che apre la strada a future terapie mirate per questi obiettivi, in associazione ai trattamenti in urgenza per l’ictus ischemico. “Abbiamo una prova in più che la microtrombosi può essere attivata dal fattore di von Willebrand, che, in modelli sperimentali, si è dimostrato potere essere inibito – conclude Del Sette -. Ma siamo solo all’inizio. Le potenziali terapie mirate alla proteina ADAMS 13, oppure all’Interleuchina-6, che hanno dimostrato efficacia in studi sperimentali su animali, hanno sollevato grandi aspettative ma la stessa efficacia nell’ uomo non è stata ancora dimostrata”.

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