L’intelligenza artificiale resta uno dei principali motori dei mercati emergenti, ma le opportunità non si fermano ai semiconduttori. Nick Payne, analista e gestore del Comgest Growth Emerging Markets di Comgest, vede spazio anche per le società capaci di intercettare la crescita lungo la catena del valore tecnologica e in settori come consumi, finanza e healthcare. La selezione resta però rigorosamente bottom-up, con l’attenzione concentrata su aziende di qualità, vantaggi competitivi duraturi e crescita degli utili nel lungo periodo. Tra i titoli preferiti spiccano Delta Electronics, Aspeed e Capitec.
I mercati emergenti stanno vivendo una fase positiva: quali sono i principali driver di crescita?
Tre società dei semiconduttori — TSMC, Samsung Electronics e SK Hynix — hanno rappresentato una quota rilevante dei guadagni messi a segno quest’anno dall’indice MSCI Emerging Markets, sostenute dalla forte domanda di chip per l’intelligenza artificiale. I mercati emergenti ospitano fornitori di livello mondiale nell’hardware tecnologico. A questo si aggiungono flussi di capitale favorevoli, un dollaro più debole e una maggiore visibilità sugli utili dell’asset class. Sono tutti elementi che possono sostenere un vero e proprio re-rating dei mercati emergenti.
Il rally legato all’AI è destinato ad allargarsi oltre i produttori di semiconduttori?
Riteniamo di sì, ma in modo selettivo. La fase successiva non riguarderà soltanto chi produce i chip più avanzati, ma anche chi riuscirà a catturare valore più a valle nella catena dell’intelligenza artificiale. Pensiamo ai fornitori di infrastrutture cloud, alle società di software aziendale che integrano l’AI nei flussi di lavoro esistenti e alle piattaforme consumer capaci di monetizzare l’engagement generato dall’intelligenza artificiale. Il fenomeno è ancora in una fase iniziale e, per il momento, i produttori di hardware continueranno probabilmente a catturare la maggior parte dei profitti.
I nuovi dazi Usa e i costi dell’energia molto elevati rischiano di frenare questa crescita o possono creare nuovi vincitori?
L’aumento dei dazi Usa e dei costi energetici rappresenta un vento contrario, ma l’impatto non è uniforme. Le aziende manifatturiere fortemente orientate all’export e con margini ridotti sono le più esposte. Allo stesso tempo, però, questa fase di disruption sta ridisegnando le catene di fornitura e può creare nuovi vincitori. Alcuni Paesi e alcune imprese possono guadagnare quote di mercato grazie alla diversificazione della produzione al di fuori della Cina. Anche i leader domestici possono beneficiare di mercati interni che diventano relativamente più interessanti con la crescente frammentazione del commercio globale.
Un dollaro forte e tassi Usa elevati rappresentano ancora il principale rischio per i mercati emergenti?
L’indebolimento del dollaro e la prospettiva di ulteriori tagli dei tassi negli Stati Uniti hanno rappresentato fattori favorevoli nell’ultimo anno, perché hanno alleggerito le condizioni di finanziamento e sostenuto le valute emergenti. La guerra in Iran ha però interrotto questo trend. Riteniamo che nel medio periodo la tendenza del dollaro possa restare al ribasso. Detto questo, non costruiamo le strategie di investimento sulla base di previsioni valutarie o sui tassi di interesse, che restano difficili da anticipare. La nostra attenzione rimane sui fondamentali delle società. Un dollaro più forte sarebbe un ostacolo, non una ragione sufficiente per abbandonare una tesi d’investimento solida.









