Storie Web mercoledì, Luglio 22

Emergono tuttavia differenze, anche significative, a seconda dei mercati. Il quadro più positivo è quello delineato dalle aziende che operano in America Latina, dove l’80% degli intervistati segnala un clima «molto positivo» – probabilmente grazie alla spinta delle aspettative legate all’accordo tra unione europea e Mercosur.

Più prudente, invece, l’atteggiamento sul continente africano, dove le aziende si dividono equamente tra chi delinea un quadro stabile e chi dimostra un atteggiamento più prudente, con decisioni di investimento o sviluppo che sembrano rinviate in attesa di un quadro più chiaro.

L’export rimane strategico

Nonostante le complessità del momento storico, il 51% delle imprese intervistate si dichiara intenzionato investire sui mercati esteri. Il 26% segnala invece un atteggiamento più prudente, mentre il 20% evidenzia una strategia volta soprattutto a difendere le posizioni già acquisite. Solo il 3% rileva una riduzione dell’esposizione o degli investimenti.

Anche in questo caso, tuttavia, le risposte cambiano a seconda delle aree geografiche: «in Asia e negli Stati Uniti la totalità delle risposte segnala imprese orientate a investire, a conferma di mercati percepiti come ancora dinamici e ricchi di opportunità. In Europa, invece, l’approccio appare più prudente: il 39% indica imprese orientate a nuovi investimenti, mentre il 33% segnala una strategia più difensiva, concentrata sul mantenimento delle posizioni già acquisite», si legge nell’Osservatorio.

I possibili freni alla crescita

È interessante notare che, tra i fattori geopolitici ed economici che incidono sulle decisioni delle imprese italiane a influenzare maggiormente le scelte di investimento , non sono i dazi o le politiche protezionistiche, ma i costi energetici e delle materie prime, indicati dal 57% del campione. Le politiche protezionistiche e tariffarie arrivano solo al terzo posto, indicate dal 20% delle Camere, a pari merito con la crescente competizione tra blocchi economici e con i conflitti e le tensioni regionali. Più dei dazi pesa il rischio cambio e l’instabilità finanziaria, segnalato dal 23% del campione. Più distanziata, ma comunque significativa, l’instabilità normativa e politica dei singoli mercati, indicata dal 14%.

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