Alle prese con la guerra contro l’Iran che si impantana, con gli indici di gradimento ai minimi storici e con il voto di medio termine che si avvicina, Donald Trump si prepara a una nuova offensiva commerciale.
Venerdì a mezzanotte scadono infatti i dazi temporanei al 10% imposti su scala globale.
Lungi dal fare marcia indietro, la Casa Bianca vuole ora colpire ben sessanta Paesi partner, utilizzando una nuova veste giuridica per aggirare i freni della giustizia americana. Dopo la bocciatura subita a febbraio da parte della Corte Suprema sui precedenti dazi, l’amministrazione Trump punta tutto su nuovi escamotage che consentirebbero al presidente di reintrodurre aliquote tra il 10% e il 12,5%, con la promessa di stangate ancora più severe nel lungo periodo – come l’annuncio via social di tariffe progressive sui farmaci generici importati, destinati ad arrivare al 200% entro il 2029.
Donald Trump 20/7/26 (AFP)
L’affondo si inserisce in un quadro geopolitico e interno particolarmente ruvido.
A poco più di cento giorni dalle elezioni di metà mandato, diversi esponenti repubblicani, tra cui il capogruppo al Senato John Thune, cercano di frenare il presidente. Il timore diffuso a Washington è che una nuova escalation commerciale possa alimentare l’inflazione e aggravare il costo della vita per le famiglie americane, già messe alla prova dalle turbolenze sui mercati energetici causate dalla guerra con l’Iran: che – rivela il segretario alla Guerra Pete Hegseth – è già costata la bellezza di 37,5 miliardi di dollari.
Ciononostante, la linea del presidente resta durissima, spinta dalla convinzione che le barriere tariffarie siano l’unico strumento per tutelare gli interessi nazionali.
A fare le spese di questo cambio di passo è in prima battuta il Canada. Sfruttando una norma pensata per punire i Paesi ritenuti discriminatori verso le merci statunitensi, Washington ha annunciato dazi fino al 50% su beni simbolo come vino, cemento e perfino mazze da hockey, accompagnate da bizzarre stoccate polemiche sulla foschia degli incendi boschivi canadesi che ha avvolto le città americane.
Usa inflazione record (Pixabay)
Dall’altra parte dell’Atlantico, l’Unione Europea osserva la situazione con prudenza.
A Bruxelles la memoria dei precedenti strappi commerciali resta viva, ma le istituzioni europee richiamano l’accordo di Turnberry, siglato in Scozia e ratificato di recente dal Parlamento europeo, che fissa al 15% il tetto massimo per le tariffe reciproche. Dalla Commissione europea rilevano inoltre che a saldare il conto di queste politiche sono stati finora soprattutto gli importatori statunitensi, che hanno visto lievitare i costi dei prodotti europei da 7 a 31 miliardi di euro.
L’allerta resta comunque alta: una nuova guerra commerciale potrebbe incidere per almeno l’1% sul Pil. Nell’eventualità in cui la Casa Bianca tentasse di colpire singoli Stati membri con ritorsioni mirate – come le indagini contro la Germania nel settore farmaceutico o le cicliche minacce alla Spagna, accusata da Trump di scarsa ossequiosità politica – l’Unione si dice pronta a reagire in modo compatto e unitario.
La presidente della commissione Europea Ursula Von der Leyen stringe la mano al presidente degli Usa Donald TRump dopo aver trovato l’accordo sui dazi, 27 luglio 2025 (afp)









