Il bilancio dell’Unione Europea ha una dimensione molto ridotta rispetto all’economia dell’area. Ciononostante, riveste una grandissima importanza, perché esprime le priorità che ci si vuole dare per il futuro. Quello che coprirà gli anni dal 2028 al 2034 sarà particolarmente cruciale, dati i vorticosi mutamenti del quadro economico, tecnologico e della sicurezza degli ultimi anni.
Ne sappiamo già molto: la Commissione ha formulato le sue proposte un anno fa; il Parlamento Europeo ha già espresso le proprie valutazioni; il Consiglio Europeo del 18-19 giugno scorsi ha dato un via libera con alcune condizioni. Ma il tema è assente dalla discussione pubblica del nostro paese, nonostante che – come ben noto – l’approvazione finale necessiti dell’unanimità di tutti gli Stati Membri, incluso il nostro.
L’assenza di discussione è particolarmente rilevante anche per i contenuti della proposta. In estrema sintesi essa prevede: i) di mantenere l’attuale, minima, dimensione del Bilancio; ii) di introdurre tre nuove grandi priorità: competitività, difesa, allargamento; iii) di finanziarle riducendo le risorse per le tradizionali politiche comunitarie, a partire da quella di coesione; iv) di rivedere radicalmente l’impianto di quest’ultima, all’insegna della centralizzazione del potere negli esecutivi nazionali e della flessibilità nell’utilizzo delle risorse, seguendo per molti versi il modello PNRR. Il lettore interessato ai tanti e complessi aspetti tecnici ne trova un’ottima analisi in una recente audizione della Presidente dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio. Una lettura critica più approfondita è in saggi di chi scrive, con Flavia Terribile, in pubblicazione sulla Rivista Economica del Mezzogiorno (sull’Italia) e in chiave europea nel prossimo European Public Investment Outlook.
Quanti soldi
È evidente che è assai difficile chiedere ai grandi contributori dell’Unione, in primis la Germania, di aumentare i propri versamenti: le dinamiche di politica interna, col crescere galoppante dei partiti antieuropei lo rendono impossibile. Ma si sarebbe dovuto e potuto disegnare per tempo nuove fonti di risorse proprie dell’Unione; ovvero ricorrere, come nell’esperienza del Next Generation, a modalità di indebitamento strettamente connesse a obiettivi comuni. Che ciò non stia accadendo è l’ennesima riprova della drammatica insufficienza delle attuali classi dirigenti continentali rispetto alle sfide del presente e del futuro. In particolare, ridurre e nazionalizzare le politiche di coesione rappresenta la scelta più miope. Le nuove priorità saranno perseguite a spese dei cittadini delle regioni europee più deboli, nelle quali la presa dei movimenti euroscettici è già forte, e che percepiranno una capacità ancora minore di Bruxelles di far fronte alle proprie esigenze; il ruolo chiave degli esecutivi nazionali, poi, va esattamente nella direzione richiesta dai sovranisti: una riduzione delle regole e delle ambizioni comuni. Che questo avvenga con un Commissario alla coesione italiano è parte dell’interesse della questione.
Aspetti quantitativi e crescita delle disparità
Per quanto le comparazioni non siano immediate, la proposta in discussione determina un taglio di circa un settimo delle politiche di coesione. Si dice: ciò che conta per le regioni deboli non è tanto la quantità quanto la qualità delle politiche pubbliche. Sia permesso dissentire radicalmente: entrambi gli aspetti sono fondamentali. Guardando all’Italia, le esigenze di investimento nel Mezzogiorno (e in parte anche nelle regioni in crescente difficoltà del Centro-nord) sono colossali: si pensi ai costi necessari per potenziare e migliorare le reti ferroviarie; alla situazione delle scuole senza palestre e mense; alle esigenze dei sistemi idrici e di trattamento dei rifiuti; alle necessità di intervento nelle aree urbane. E a tanto altro. Questo, in un quadro nel quale da molti anni le risorse europee sono meramente sostitutive di mancati investimenti nazionali; e nel quale il post-PNRR, con le esigenze del Patto di Stabilità, fa seriamente temere una stretta agli investimenti pubblici come negli anni Dieci. Lo spegnersi di quei segni degli ultimi anni di crescita economica al Sud (che come sempre hanno un effetto moltiplicativo positivo nell’intero paese), frutto proprio degli investimenti pubblici.










