Per i sindacati, i contenuti del decreto legge in materia di giustizia varato dal Consiglio dei ministri costituiscono «un attacco gravissimo al sistema della contrattazione collettiva e, con esso, alla democrazia sindacale». In una nota congiunta indirizzata al ministro della Giustizia Carlo Nordio e al viceministro Paolo Sisto, Unsa Confsal, Cisl Fp, Confintesa Fp, Uilfp Giustizia e Flp hanno richiesto la convocazione urgente di un tavolo di confronto, minacciando il ritiro della sottoscrizione del CCNI sulle famiglie professionali del 29 aprile 2026.
La contestazione nasce dalle dichiarazioni del viceministro Sisto, che, come si legge nella nota divulgata, ha affermato che il decreto destinerebbe gli addetti all’Ufficio per il processo a operare in diretta collaborazione con i magistrati «salvo casi di urgente e comprovata necessità» e introdurrebbe per il personale non stabilizzato o non idoneo a una prova attitudinale una proroga di tre mesi con destinazione alle sezioni specializzate per l’immigrazione. Le sigle sindacali affermano di ritenere queste novità estremamente gravi «sotto il profilo del merito e, ancor prima, del metodo».
Le critiche nel merito
Dal punto di vista del merito, secondo i sindacati, «la definizione legislativa dei compiti degli addetti Upp contraddice il quadro normativo e contrattuale vigente, che già delinea quel ruolo: il D.Lgs. 151/2022, il CCNI sulle famiglie professionali del 29 aprile 2026 e la circolare Dog del 21 dicembre 2021. In sede di sottoscrizione del CCNI erano state rappresentate riserve e preoccupazioni sul perimetro delle mansioni: esse trovano oggi puntuale conferma».
Unsa Confsal, Cisl Fp, Confintesa Fp, Uilfp Giustizia e Flp proseguono spiegando che «la clausola “salvo casi di urgente e comprovata necessità” rischia per di più di riaprire l’impiego generalizzato in attività di cancelleria, ribaltando l’impegno – assunto pubblicamente dallo stesso viceministro il 29 aprile – a un utilizzo “solo in via residuale e ove strettamente necessario”».
Per quanto concerne il personale non stabilizzato, invece, i sindacati sostengono che l’impiego di questi lavoratori «come dotazione di supporto alle sezioni stralcio in materia di immigrazione, con una proroga di soli tre mesi, non è una risposta: è l’uso di professionalità mature come tappabuchi per una funzione diversa da quella per cui sono stati reclutati e formati, in luogo della stabilizzazione strutturale che il Governo stesso dichiara di voler perseguire “nel tempo”. La prospettiva non può restare un’enunciazione: deve tradursi in atti».









