Come era accaduto all’Ecce Homo di Antonello da Messina, adesso anche il Il Ritratto di Monsignor Maffeo Barberini arriva al Senato dove sarà mostrato al pubblico nell’ambito delle celebrazioni per gli 80 anni della Repubblica. Le due acquisizioni (di assoluto pregio) fatte dal ministero della Cultura negli ultimi mesi disegnano un più ampio progetto di rafforzamento del patrimonio culturale nazionale. «L’obiettivo è rendere più accessibili ai cittadini grandi opere d’arte, conosciute e studiate, spesso esposte in mostre temporanee o riprodotte nei testi specialistici, ma non sempre contestualizzate in modo permanente all’interno delle istituzioni museali», questo lo spirito dell’iniziativa riprendendo le parole del ministro della Cultura Alessandro Giuli che ha inaugurato l’esposizione insieme al presidente del Senato Ignazio La Russa.
Il legame storico con i luoghi del Senato
La tradizione degli studi colloca l’opera generalmente intorno al 1599, nella fase in cui Caravaggio era ormai affermato sulla scena romana. La mostra riallaccia un legame storico profondo con i luoghi del Senato. Negli anni romani Caravaggio visse infatti presso il cardinale Francesco Maria del Monte, che abitava a Palazzo Madama, e frequentò l’area compresa tra piazza Madama, piazza Navona e San Luigi dei Francesi. Accanto alla tela, sono richiamate anche le fonti archivistiche che documentano la presenza del Merisi in quel contesto urbano e sociale. Secondo Giuli quanto fatto con Caravaggio e prima Antonello si inserisce nella visione della cultura «come bene comune e come strumento di crescita della comunità. È una scelta che interpreta l’arte come investimento per il futuro, come patrimonializzazione per i nostri giovani».
Verso Palazzo Barberini
«È facile coglierne la bellezza, si impone con immediatezza, attraverso la sua forza espressiva, la sua attualità e il sentimento che suscita. Basta guardare queste opere per sentirsi pienamente coinvolti. Si tratta di un’ulteriore conferma della straordinaria capacità dell’Italia, custode di un patrimonio immenso, di offrire a tutti un’eredità culturale che abbiamo il dovere di onorare e preservare», così La Russa presentando il dipinto. Il dipinto, preso dal mercaro lo scorso marzo, sarà assegnato alle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini e ciò ricompone di fatto il legame storico e artistico con la committenza barberiniana e il nucleo di opere caravaggesche conservato dalle Gallerie, tra i più importanti al mondo. All’inaugurazione hanno preso parte il segretario generale del Senato Federico Silvio Toniato; il capo di gabinetto del MiC Valentina Gemignani; il capo dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale Alfonsina Russo; il direttore generale musei Massimo Osanna; il direttore generale del Gabinetto Caterina Bova; i curatori della mostra, Thomas Clement Salomon, direttore delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma e Roberto Vannata, dirigente della direzione musei e il vice capo di gabinetto, Valerio Sarcone.
«Rappresentazione di dramma in nuce»
L’approdo del quadro alle Gallerie Nazionali di Arte Antica «ha tutto il senso di un risarcimento storico», commenta Giuseppe Porzio dell’Università di Napoli parlando dell’opera «restituita a Caravaggio da Roberto Longhi nel 1963 con un memorabile intervento sulle pagine di Paragone e rimasta per decenni inaccessibile agli studi».
«Al netto di una vicenda conservativa travagliata, si tratta di un acquisto di grande rilievo, non solo per la statura del pittore e il prestigio dell’effigiato, che si protende verso la spettatore – secondo le parole di Longhi – “nella sua verità quasi aggressiva”, ma anche perché il dipinto, eseguito sul crinale tra Cinque e Seicento, è uno dei pochissimi ritratti autonomi di sicura autografia del maestro lombardo». Per riprendere ancora Longhi, «non un documento memorativo di mera somiglianza o presentazione amplificante e retorica», il Maffeo Barberini mostra, forse per la prima volta, «che persino il ritratto doveva essere azione, rappresentazione di dramma in nuce».








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