Negli ultimi tempi, la nostra concezione del fine vita si sta evolvendo in modo silenzioso e graduale. Non è solo una questione di decisioni concrete, ma un approccio nuovo alla morte, che si lega sempre più al presente, allo stile di vita e a ciò che ci risulta familiare. Perfino il mondo funerario, da sempre restio ai cambiamenti, sta piano piano accogliendo questa evoluzione.
In questo contesto emerge l’acquamazione, o cremazione ad acqua, una tecnica già consolidata in nazioni come la Svezia e di recente legalizzata pure in Scozia. In Italia, però, rimane esclusa dalla normativa vigente, pur se il dibattito si intensifica attraverso pubblicazioni, conversazioni e un interesse spontaneo che va crescendo.
L’acquamazione, detta anche biocremazione, funziona grazie all’idrolisi: il cadavere viene inserito in un macchinario che lo pesa e stabilisce quanta acqua e quanto idrossido di potassio saranno necessari per il processo. Successivamente, il corpo viene inserito nella soluzione di acqua e potassio e la temperatura portata a 152 gradi centigradi. È per questo che l’acquamazione viene chiamata anche “cremazione senza fuoco” o, in modo meno elegante e traducendo lo slang inglese, “bollitura in un sacco”.
Ma ciò che rende l’acquamazione davvero rivoluzionaria è il suo profilo ambientale: zero emissioni di CO2, assenza di combustione e un consumo idrico minimo, con l’acqua riutilizzabile dopo opportuni trattamenti. Rispetto alla cremazione tradizionale, riduce drasticamente l’inquinamento atmosferico e il consumo energetico, allineandosi perfettamente a un futuro più verde. In un’epoca di crisi climatica, questa pratica non è solo un’alternativa gentile al corpo e alla famiglia, ma un passo concreto verso un lutto più sostenibile, che onora la vita rispettando il pianeta. L’Italia, culla di innovazioni etiche, potrebbe presto abbracciarla, trasformando il commiato in un gesto di responsabilità ecologica condivisa.
In queste condizioni controllate, i tessuti molli si liquefano gradualmente in poche ore. Rimangono solo le ossa, essiccate e polverizzate fino a ottenere una cenere fine, affidata poi ai congiunti. Il prodotto finale assomiglia molto a quello della cremazione classica, ma il metodo seguito è radicalmente differente.











