Il primo tweet non fu dei più ispirati. È il 21 marzo del 2006 e la storia di Twitter comincia con una frase che sembra un test di sistema: «Just setting up my twttr». A scriverla è Jack Dorsey. Dietro le quinte, un quartetto da startup anni Duemila: Noah Glass, Biz Stone, Evan Williams. «Volevamo catturare quella sensazione», confessò Dorsey a The Observer anni dopo. «La sensazione fisica di vibrare nella tasca del tuo amico. È come vibrare in tutto il mondo». Una vibrazione in tasca. Una vibrazione globale.
Le origini
Vent’anni dopo quel tweet, la storia di Twitter — oggi X — è un manuale di economia digitale scritto a colpi di intuizioni geniali e autogol industriali. Twitter nasce dalle ceneri di Odeo, progetto sbagliato nel momento sbagliato: podcast prima dell’iPhone. Fallisce. Ma dai fallimenti, nella Silicon Valley, si estrae capitale cognitivo. Glass intuisce, Dorsey disegna, Williams finanzia. Il risultato è un microblog, qualcosa di nuovo.
Poi accadde una cosa tipica delle piattaforme: gli utenti ci mettono le mani e inventano qualcosa di successo. L’hashtag non nasce in azienda, ma da Chris Messina nel 2007. Il cancelletto diventa un indice del mondo. Nel 2014 entra nell’Oxford Dictionary. Prima ancora entra nella geopolitica.
Passano solo pochi anni e Twitter diventa una piazza. Un’agenzia di stampa distribuita. Un sensore globale. Racconta il terremoto di San Francisco, la protesta in Iran del 2009, la Primavera araba, il #MeToo. È il luogo dove la notizia accade mentre viene scritta. Un’infrastruttura informativa gratuita costruita sopra un modello di business fragile.
Il primo fallimento
Qui arriva il primo grande fallimento: monetizzare. Twitter cresce, influenza, ma incassa poco. Nel 2013 si quota. Non trova mai la formula pubblicitaria di Meta Platforms. Non diventa mai una macchina da soldi. Troppa conversazione, poca profilazione. Troppa politica, pochi inserzionisti felici. Nel frattempo sperimenta, ma sperimenta male.











