Il Kosovo tornerà a votare per la terza volta in poco più di un anno. La presidente Vjosa Osmani venerdì 6 marzo è stata costretta a sciogliere l’Assemblea nazionale visto che il suo successore non è stato eletto entro i termini previsti dalla Costituzione. Il parlamento appena sciolto era stato eletto meno di tre mesi fa, il 28 dicembre, ed era anche riuscito a esprimere una maggioranza di governo che aveva confermato la guida del Paese ad Albin Kurti, leader del partito nazionalista di sinistra Vetëvendosje (Autodeterminazione) con 66 voti favorevoli e 49 contrari.

Per eleggere il presidente, però, il quorum è di almeno 80 deputati, mentre in aula non si è mai superata la soglia dei 66 parlamentari presenti, vale a dire quelli di maggioranza. In questo modo i partiti della destra conservatrice all’opposizione sono riusciti a boicottare, in un colpo solo, le elezioni presidenziali e il governo.

«L’Assemblea non ha adempiuto al suo dovere costituzionale – ha detto la presidente Osmani – persone irresponsabili con intenzioni pericolose hanno portato il Paese a questo punto». Osmani, il cui partito Guxo è un alleato di Kurti, è stata obbligata a procedere allo scioglimento: l’articolo 82 della Costituzione del Kosovo stabilisce infatti che uno dei casi in cui l’assemblea può essere sciolta è se, entro 60 giorni dalla data di inizio della procedura elettorale, il presidente della repubblica non viene eletto. Durante l’ultima votazione fiume, prima dello scadere dei tempi, la presidente aveva anche cercato di spingere il parlamento ad approvare un emendamento costituzionale per l’elezione diretta del presidente con il voto popolare, ma è stata respinta.

Il partito del premier Albin Kurti continua dunque a non uscire dall’impasse in cui è caduto da più di un anno. In particolare da quando nel febbraio del 2025, nonostante la vittoria elettorale, non era riuscito a formare un nuovo governo. L’instabilità politica rischia ora di ripercuotersi pesantemente anche sull’economia del Kosovo, perché senza un governo Pristina rischia di non incassare nemmeno la prima tranche di 205 milioni di euro di aiuti che l’Unione europea aveva deciso di sbloccare lo scorso dicembre. I fondi in questione fanno parte degli 882 milioni di euro stanziati nell’ambito del Piano di crescita per i balcani occidentali, che Bruxelles aveva inizialmente deciso di non inviare a Pristina a causa degli scontri avvenuti in quattro comuni kosovari a maggioranza serba della popolazione. Rientrato l’allarme nei territori al confine con la Serbia, Bruxelles era pronta a riaprire i rubinetti, ma per allocare i fondi sono necessari dei passaggi normativi che, in assenza di un governo e di un parlamento legiferante, diventano difficili da portare a casa.

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