“Il petrolio arriverà a 200 dollari“, è l’avvertimento lanciato dai Guardiani della rivoluzione. “Non permetteremo che una sola goccia di petrolio esca dalla regione”, ha aggiunto il generale dei Pasdaran Jabbari, minacciando di colpire oleodotti e incendiare ogni nave in transito nello Stretto di Hormuz.
E l’effetto sul prezzo del greggio si è fatto sentire: il Brent ha sfondato il tetto degli 80 dollari, complice anche il taglio della produzione da parte dell’Iraq. “I nostri depositi petroliferi sono pieni a livelli critici”, dice il ministero del petrolio iracheno, “non ci sono navi per il trasporto“.
Ma il terremoto sta colpendo anche il correlato mercato del gas. Il prezzo alla borsa di Amsterdam si sta avvicinando ai 60 euro al megawattora, raddoppiato rispetto all’inizio della guerra, anche se ancora lontano dai picchi a 300 euro del 2022. L’impennata del petrolio infatti trascina con sé i contratti del gas ancora legati al valore del barile.
Inoltre la paralisi di Hormuz blocca le navi cariche di GNL, rendendo la risorsa scarsa proprio quando serve a sostituire il petrolio. Sono 145 le petroliere ferme nel Golfo Persico, altre 60 attendono fuori dal Golfo. E mentre le grandi compagnie sospendono i transiti, si fa avanti l’Egitto: “Potremmo trasportare noi il greggio saudita nel Mediterraneo, attraverso i nostri porti e oleodotti”.











