Le chiamano “percorsi di accompagnamento”, “cammini di guarigione”, “sostegno spirituale”. In realtà le terapie di conversione sono pratiche volte a cambiare, reprimere o sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità o l’espressione di genere di una persona. Le Nazioni Unite le hanno quindi più volte ricondotte alla categoria dei trattamenti inumani e degradanti. Eppure, in Europa, il quadro normativo resta disomogeneo: accanto a Paesi che le vietano in modo esplicito, altri non dispongono ancora di un divieto organico.
La questione è tornata al centro del dibattito continentale dopo che, a fine gennaio 2026, l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha approvato una risoluzione che invita gli Stati membri a introdurre un bando legislativo completo. Il testo chiede di vietare tutte le forme di terapie di conversione, di rafforzare i servizi di supporto alle persone sopravvissute, di istituire sistemi di monitoraggio e raccolta dati e di promuovere campagne di sensibilizzazione sui danni prodotti da queste pratiche.
Secondo ILGA Europe, che ha sostenuto la necessità di un intervento coordinato, il punto cruciale è includere nel divieto anche le pratiche presentate come “consensuali”, poiché il consenso può essere ottenuto in contesti di forte pressione familiare, religiosa o sociale.
I dati
Le evidenze più aggiornate arrivano dalla survey LGBTIQ III (2023) dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (FRA), analizzata nei rapporti “Intersections 2.0” di ILGA Europe. Il quadro è frammentato: la prevalenza delle terapie di conversione varia in modo significativo tra Stati membri (oltre ad Albania, Macedonia del Nord e Serbia). Un dato però accomuna il continente: le persone trans, non binarie e intersex dichiarano un’esposizione sensibilmente più alta rispetto alle persone cisgender endosex.
Le pratiche inoltre raramente assumono la forma di terapie cliniche riconosciute nei sistemi sanitari pubblici. Più spesso si manifestano come ritiri religiosi, percorsi spirituali intensivi, counseling pseudo-psicologico, programmi di “castità” o pressioni familiari reiterate, con l’obiettivo di riportare la persona a un modello eterosessuale e conforme al genere assegnato alla nascita.









