Negli anni è diventato l’emblema del rimbalzo, della possibilità di risorgere dalle proprie ceneri. È lo scandalo del vino al metanolo che esplose il 17 marzo del 1986. Un caso di sofisticazione grossolana con il metanolo aggiunto al vino. Si tratta di un alcol naturale che però, aumentato dolosamente, può provocare, intossicazione, lesioni gravi, cecità e – purtroppo – anche la morte. E infatti furono 23 i morti e decine di persone furono ferite alcune con danni permanenti.
Tragedia umana ed economica
Ne derivò una gravissima crisi per il vino italiano. Si calcola circa mezzo miliardo di euro di perdite (su un fatturato del settore che all’epoca era di 2,5 miliardi) crollo delle esportazioni (meno 40% in un anno e meno 80% in Germania allora primo mercato estero in assoluto e ancora oggi tra i principali mercati per il vino italiano). Crollo del 70% anche dei consumi interni.
Un danno d’immagine devastante dal quale molti erano certi non si sarebbero più risollevati.
Quasi tutti i principali vignerons italiani, esclusi i più giovani, hanno almeno un ricordo legato a quella tremenda crisi. Uno dei più celebri produttori, Piero Antinori, ha raccontato qualche tempo fa che lui nel marzo del 1986 era in viaggio in Canada con la figlia Albiera, attuale presidente del Gruppo. E quel viaggio segnò il debutto internazionale della figlia perché lui, all’epoca presidente di Federvini, fu costretto a lasciarla in Canada e rientrare immediatamente in Italia dove «sembrava stesse venendo giù il mondo».
La rivoluzione della qualità
E invece? E invece proprio da quel momento il vino italiano ha avviato quella che è stata etichettata come la “rivoluzione della qualità”. La produzione è calata di oltre il 40% (da 76,8 milioni di ettolitri ai 44,3 di oggi). Ridimensionamento produttivo che non ha impedito all’Italia di restare tutt’ora il primo produttore mondiale di vino. Parallelamente i vini a indicazione geografica (Igt, Doc, Docg) che nel 1986 erano appena il 10% del totale oggi coprono oltre il 60% della produzione made in Italy. «Un passaggio – hanno commentato alla Coldiretti – che mostra come il mondo del vino italiano abbia conquistato in questi anni posizioni di leadership a livello mondiale puntando sulla qualità legata al territorio, anziché sulla quantità a basso prezzo».











