Storie Web giovedì, Giugno 20
Notiziario

“Il sogno di Giovanni Falcone, quello di una politica che rifiutasse qualsiasi tipo di rapporto con la mafia, è ancora molto lontano dal potersi dire realizzato. Mi trovo a pensare che forse questo Paese nei fatti sta tradendo il giudice”: l’intervista di Fanpage.it a Nino Di Matteo.

Per la giustizia italiana lo Stato ha trattato con la mafia. Lo ha fatto per fermare le bombe del ’92-’94. Che ci siano stati accordi sembra non esserci più dubbi, ma per la sentenza della Cassazione del 27 aprile del 2023 questi non costituiscono reato. Questa sentenza ha messo un punto agli anni del processo sulla trattativa Stato-mafia: il primo grado la Corte d’Assise ha condannato il boss di Cosa Nostra Leoluca Bagarella a 28 anni di reclusione e l’altro boss Antonino Cinà a 12 anni. Gli uomini delle istituzioni imputati nel processo, ovvero Marcello Dell’Utri, Mario Mori, Antonio Subranni, a 12 anni. L’altro ufficiale dei carabinieri Giuseppe De Donno a 8 anni.

Tutto cambia in secondo grado e in Cassazione: la sesta sezione penale ha annullato la condanna a Bagarella e Cinà perché il reato di minaccia a corpo polito dello Stato è estinto per intervenuta prescrizione. Mori, De Donno e Subranni vengono assolti “per non aver commesso il fatto”.

Si è concluso così uno dei processi più importanti di Palermo. Nella stessa città in cui qualche anno primi Giovanni Falcone avviò il maxiprocesso a Cosa Nostra. Eppure da quei due processi sembrano passati secoli. Sembrano stati gettati via anni di lotta alla mafia. Chi lavorò per accertare quegli accordi tra istituzioni e criminalità organizzata è il procuratore Nino Di Matteo. A Fanpage.it ha spiegato gli anni della trattativa Stato-mafia e ha ricordato Giovanni Falcone.

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La giustizia con la sentenza finale della Cassazione ha spiegato che si può trattare con la mafia, purché “a fin di bene”. Ma quando trattare con la mafia può essere a “fin di bene”? 

Noi avevamo contestato il reato di minaccia aggravata a corpo politico dello Stato. Ai mafiosi avevamo contestato una diretta minaccia a suon di bombe nel biennio ’92-’94: Cosa Nostra metteva le bombe per ottenere certi scopi, per ottenere dalla politica favori. Agli ufficiali dei carabinieri e ai politici lo avevamo contestato sotto forma di concorso perché avevano fatto da cinghia di trasmissione tre le richieste mafiose e i tre diversi governi che si erano succeduti in quel periodo: il governo Amato, il governo Ciampi e il primo governo Berlusconi.

In primo grado questa impostazione accusatoria è stata ritenuta fondata e tutti sono stati condannati a pene molto severe, sia mafiosi che uomini delle istituzioni. In secondo grado sono stati condannati i mafiosi, ma gli uomini che avevano fatto da tramite sono stati assolti non perché il fatto non sussisteva, ma perché, dicevano i giudici, non lo avevano commesso o almeno non c’era la prova che lo avessero commesso con dolo. Cioè sostanzialmente lo avevano fatto per evitare altre stragi.

La sentenza quindi non mette in dubbio che ci siano stati accordi? 

Nella sentenza di secondo grado, e in quella di primo grado ancora di più, sono stati ricostruiti dei fatti molto gravi. I giudici, in migliaia e migliaia di pagine di motivazioni, hanno spiegato che a un certo punto una parte dello Stato aveva cercato e instaurato un rapporto con una parte della mafia, quella che faceva capo a Bernardo Provenzano, per frenare le iniziative dell’ala stragista. Quindi, l’accordo con un nemico per sconfiggere o per contenere la forza di un nemico ritenuto più pericoloso.

Ancora: era spiegato in quelle sentenze che proprio in quest’ottica di trattativa si doveva inserire la mancata perquisizione del covo di Riina. Così come che la latitanza di Provenzano per lunghi anni era stata favorita da alcuni alti esponenti delle forze dell’ordine per – scrivono i giudici – indicibili ragioni di interesse nazionale: in quel periodo allo Stato conveniva che il boss restasse libero.

Forse queste conclusioni erano troppo pesanti per essere poi sancite in una sentenza che passasse in giudicato. La Cassazione, entrando nei fatti con poche pagine di motivazioni, ha annullato quelle sentenze.

Infatti, come scrive nel suo libro Il colpo di spugna scritto insieme a Saverio Lodato, lo Stato si è trovato a giudicare sé stesso. Forse è stato più comodo assolversi?

La mia esperienza, ormai più che trentennale, così come l’esperienza di tutti i magistrati antimafia, ci ha insegnato che i processi più difficili sono proprio quelli che riguardano il potere. Non soltanto il potere politico ma anche il potere istituzionale più in generale. Si sente ancora purtroppo la difficoltà di uno Stato di riconoscere che in certi momenti i suoi rapporti con la mafia non sono stati limpidi. E non soltanto a causa di singoli traditori dello Stato, ma perché in certi momenti storici – secondo noi quello a cavallo tra la fine degli anni 80 e i primi anni 90 è stato un esempio calzante – si è preferita la mediazione con la mafia piuttosto che uno scontro diretto. Il muro contro muro. E questo è molto difficile da dimostrare giudiziariamente, ma alcuni fatti storici restano scolpiti, restano non smentibili.

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La sentenza che ha assolto queste istituzioni è come se avesse accettato il fatto che la strategia delle bombe fosse la strategia giusta adottata dalla mafia.

Ci sono delle sentenze definitive che la Cassazione ha ignorato, come abbiamo scritto nel libro io e Saverio Lodato. Per esempio quelle della Corte d’Assise di Firenze sulla strage di via dei Georgofili: i giudici hanno affermato che il dialogo cercato con la mafia in quel momento rafforzò l’idea di Salvatore Riina che la strategia delle bombe fosse quella giusta. Lo Stato aveva iniziato a piegare le ginocchia quando aveva cercato i vertici della mafia.

Dopo una sentenza del genere, quali sono i rischi per il futuro? C’è il rischio di stimolare altri politici a trattare con la mafia? 

Ritengo che questa sentenza possa costituire un pericoloso spartiacque anche perché può scoraggiare la magistratura che vuole portare avanti indagini molto complesse e quei giudici che vogliono ricostruire i fatti in maniera sistematica e complessiva. Da questo punto di vista temo che sia un ritorno al passato.

Secondo lei questa sentenza mina un po’ alla memoria di Falcone?

Il metodo Falcone si concentrava sulla ricostruzione complessiva dei fatti. Falcone e il pool antimafia di Palermo hanno fatto uscire la magistratura da quel vecchio e consolidato vizio di considerare ogni fatto di mafia distinto da un altro.

Giovanni Falcone tra l’altro, in questo senso e per questo motivo, fu l’ideatore e il promotore della Direzione nazionale antimafia nata con l’obiettivo di coordinare tutte le indagini in materia di mafia su tutto il territorio italiano.

È stato un uomo delle istituzioni che ha avuto una visione alta della lotta alla mafia. Non è stato soltanto il magistrato, ha saputo immaginare una lotta a 360 gradi, intelligente e proiettata nel futuro contro Cosa Nostra.

Giovanni Falcone

Giovanni Falcone

Spesso penso a quello che diceva Giovanni Falcone: ricordava che “la mafia come ogni fenomeno umano ha avuto un inizio avrà una fine”. Purtroppo ancora questa fine non la intravediamo. In questi giorni vorrei che si ricordasse che il sogno di Giovanni Falcone, quello di una politica che rifiutasse qualsiasi tipo di rapporto con la mafia, è ancora molto lontano dal potersi dire realizzato. E mi trovo anche a pensare che forse questo Paese nei fatti sta tradendo il sogno di Giovanni Falcone.

Non scatta mai una responsabilità politica che dovrebbe essere fatta valere prima e a prescindere dall’accertamento della responsabilità penale. La politica che vuole lottare contro la mafia deve sapere prendere i provvedimenti e trarre le conseguenze di certe condotte accertate, prima ancora che una sentenza definitiva dei giudici affermi che quella condotta è reato.

La politica dovrebbe stare in prima linea nella lotta alla mafia: come fu la politica di Pio La Torre e di Piersanti Mattarella, una politica nella quale quegli uomini avevano la forza, il coraggio e la chiarezza di denunciare determinati rapporti tra mafia e potere prima ancora che ci fosse l’inchiesta giudiziaria.

Oggi per ricordare Giovanni Falcone come Paese dobbiamo avere il coraggio di continuare a percorrere la strada della verità sulle stragi che è stata solo in parte intrapresa. Emerge la necessità di continuare a indagare per capire se non fu solo Cosa Nostra la responsabile. Ecco ricordare Giovanni Falcone significa soprattutto questo: continuare a lavorare in un momento in cui purtroppo mi sembra che la ricerca della verità su ulteriori mandanti ed esecutori sia demandata soltanto sulle spalle di pochissimi magistrati e non più supportati da un impegno costante e solido delle forze di polizia.

Cosa pensa delle riforme della giustizia adottate dal governo? 

Sono molto preoccupato per alcune riforme del governo che sono in discussione in questo momento, alcune sono state anche già approvate. Indeboliscono moltissimo sia a livello processuale che sostanziale la lotta al sistema corruttivo.

Sono molto preoccupato perché indebolire la lotta al sistema corruttivo significa indebolire anche la lotta alla mafia perché mai come in questi anni corruzione e mafia devono essere visti come fenomeni completamente distinti e separati. Anzi, stanno diventando sempre più due facce della stessa medaglia criminale. Non considero esatto il ragionamento, che spesso viene sbandierato da tutti i fautori delle riforme, in cui si sostiene che non si indebolirà la lotta alla mafia.

Ci sono molti casi in cui determinati rapporti tra mafia e imprenditoria, tra mafia e pubblica amministrazione, sono venuti fuori da indagini che erano iniziate per abuso d’ufficio o da indagini che erano iniziate ipotizzando un rapporto corruttivo. E poi hanno dimostrato che non c’era soltanto un rapporto clientelare o corruttivo, ma era anche qualcosa di più alto, anche un rapporto tra la mafia e il potere.

In certi momenti mi sembra di assistere ad una situazione paradossale. Altri Paesi europei, e non solo europei, invidiano e cercano di copiare la legislazione italiana. Come sul caso delle intercettazioni. Quello che gli altri Paesi cercando di copiare noi cerchiamo di modificarlo. Eppure in Italia grazie alle intercettazioni sono stati evitati anche omicidi.

Noi magistrati abbiamo giurato sulla Costituzione, su quel bellissimo articolo tre che declama il principio di eguaglianza formale e sostanziale tra tutti i cittadini. Ecco, io credo che quando quel principio viene messo in discussione da leggi o progetti di legge noi magistrati abbiamo il dovere di parlare. Il dovere di cercare di far capire ai cittadini quali sarebbero le conseguenze di determinate riforme.

Lei più volte, anche durante tutti gli anni del processo, è stato attaccato: come ha vissuto questi attacchi? 

Per me è difficile parlare di queste cose. Perché comunque oggettivamente io mi sono trovato in situazioni in cui, mentre alcuni legittimamente hanno fatto delle critiche aspre al mio lavoro e ci mancherebbe altro, altri hanno accusato me e gli altri colleghi di essere degli assassini, degli eversori, dei magistrati politicizzati. E tutto questo avveniva anche in un momento in cui nei miei confronti venivano fuori situazioni che lo Stato ritenevano talmente fondate e rischiose da sottopormi al primo livello di protezione eccezionale. Quindi, nel momento in cui venivo sottoposto a una scorta asfissiante, leggevo di questi attacchi.

Non è stato facile e non è facile. Però devo dire che per superare queste situazioni mi ricordo di avere la fortuna di svolgere il tipo di lavoro che sognavo fin da quando ero uno studente di giurisprudenza a Palermo. Sognavo di diventare magistrato proprio dall’esempio di Giovanni Falcone. Dal voler considerare la lotta alla mafia anche una lotta di riscatto della mia terra e della dignità della del mio popolo. Per il resto preferisco tenermi per me anche molte amarezze, molte delusioni, molte disillusioni che comunque ho provato e continuo a provare.

È giusto sottolineare una cosa che dice il libro: il processo sulla trattativa Stato-mafia è finito come sappiamo però lei ha detto “io non esco sconfitto da questo processo”.

Io ho la serenità e se mi permette anche la soddisfazione professionale di avere contribuito a far venire fuori certi fatti storici che per me, per noi, costituivano, per alcuni aspetti e per alcuni soggetti, anche reato. Comunque sia il popolo italiano doveva conoscere. Noi sapevamo quando abbiamo proceduto con la richiesta di rinvio a giudizio che non sarebbe stato un processo come tutti gli altri. Qui era proprio in discussione un atteggiamento dello Stato che consapevolmente aveva cercato una mediazione con la mafia mentre c’era il sangue delle vittime delle stragi sulle strade. E quindi abbiamo la consapevolezza e la coscienza di aver fatto semplicemente il nostro dovere e questa consapevolezza nessuno ce la potrà toglie.

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