Storie Web giovedì, Ottobre 29

Una piccola impresa nata 174 anni fa è oggi un gruppo che gestisce oltre 1.500 ettari di patrimonio agricolo, esporta in 75 Paesi ed è il più grande operatore mondiale nel settore dei tartufi. La presidente Olga Urbani, Cavaliere del lavoro dal 2022, garantisce oggi ancora quella continuità familiare e indica il prossimo traguardo: «Stiamo arrivando a 100 milioni di fatturato». A sostenere la crescita della Urbani Tartufi sono soprattutto i prodotti trasformati, circa 600 tipologie di articoli diversi che contengono tartufo e che fanno crescere velocemente i ricavi, attorno ai 50 milioni all’anno.

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Fondata nel 1852 a Scheggino, in provincia di Perugia, l’impresa ha costruito intorno al tartufo attività che comprendono agricoltura, produzione alimentare, ospitalità, immobiliare e finanza. Oggi fa parte dell’Unione Imprese Centenarie Italiane, che riunisce le eccellenze del Made in Italy caratterizzate da almeno cento anni di attività produttiva continuativa ed eticamente corretta.

Solo in Europa ha 22 filiali, mentre negli Stati Uniti ne ha 6 tramite Urbani Truffles Usa, con sede a Manhattan. La dimensione internazionale poggia su un approvvigionamento che, secondo la presidente, raggiunge circa 300 tonnellate di tartufo l’anno. Il centro è il polo produttivo di Sant’Anatolia di Narco, in provincia di Perugia, dove il tartufo viene lavorato, conservato e destinato alla vendita in più modalità: fresco oppure trasformato in surgelati e preparazioni alimentari.

La geografia delle vendite è in continuo mutamento: «Russia, Ucraina ed Emirati erano mercati importanti che oggi valgono pochissimo». L’azienda riesce però a riconvertire le esportazioni verso altri Paesi: «Cina e India sono ormai mercati di riferimento, la Corea ha una cultura alimentare altissima e da lì arrivano tante richieste e anche il Sudafrica sta crescendo». In Giappone, invece, si va verso l’integrazione tra diverse culture culinarie: «Porteremo dei libri sul sushi con il tartufo, lavoriamo per unire le culture», continua Urbani.

Dal punto di vista dell’approvvigionamento sono fondamentali le variabili ambientali, soprattutto il clima. Dalla finestra del suo ufficio in Valnerina, Urbani descrive un ottobre con 25 gradi: «Il tartufo bianco non si sta trovando, è troppo caldo». Il cambiamento climatico e la tenuta dei terreni riducono la disponibilità della materia prima. «Se il tartufo finisce, che facciamo?», questa è la domanda che ha spinto la famiglia a investire in ricerca e sviluppo per riuscire a coltivare il tartufo.

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