Storie Web giovedì, Maggio 23
Notiziario

Un paziente si sottopone a un trattamento alla mano all’ospedale San Giuseppe di Milano, ma l’orario refertato in fase di accettazione non coincide con quello in cui si è effettivamente svolta la prestazione. Perché? Abbiamo cercato di scoprirlo.

L’Ospedale San Giuseppe si trova in centro a Milano ed è una struttura privata accreditata da Regione Lombardia. Afferisce al gruppo MultiMedica ed è uno dei più rinomati centri di chirurgia della mano, a cui si è rivolto un cittadino milanese, William Picciau, in seguito a un infortunio domestico.

In questa occasione, però, il paziente ha riscontrato una discrepanza significativa tra l’ora in cui è stata registrata formalmente la prestazione sanitaria ricevuta e quella in cui è effettivamente avvenuta.

Il racconto di William

“Mi sono rivolto alla struttura – racconta a Fanpage.it –  per fare una visita con uno specialista della mano e per un’eventuale fisioterapia. La visita è andata molto bene, l’ho effettuata il 22 di aprile alle 15:20, e subito dopo, una volta che sono uscito dallo studio del chirurgo, mi ha mandato al piano di sotto dalla professionista che mi avrebbe fatto il tutore e di conseguenza seguito per la fisioterapia”.

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A William, operato in un altro ospedale nelle settimane precedenti, era già stato prescritto un tutore generico per la mano e l’idea iniziale era di comprarlo in un negozio di ortopedia. Invece il chirurgo del San Giuseppe gliene consiglia uno su misura, da applicare immediatamente dopo la visita.

“Sono sceso di due piani – continua William -, mi hanno creato il tutore su misura e mi è stato consegnato un foglio dove c’era scritta la prassi da seguire per prenotare la fisioterapia. C’erano segnate le prestazioni eseguite, cerchiando tra l’altro i costi, e poi di fianco al tutore c’era scritto 20,10.

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William è soddisfatto delle prestazioni effettuate, ma i dubbi gli sorgono quando arriva allo sportello Solvenze per pagare la messa del tutore e prenotare le successive sedute di fisioterapia.

“La visita dal chirurgo – ricorda – l’ho pagata con assicurazione e prima che venisse effettuata, invece la messa del tutore è stata eseguita in libera professione e ovviamente, essendo una prestazione non programmata conseguente alla visita chirurgica, l’ho pagata appena uscito dallo studio della fisioterapista”.

“Sono andato in segreteria col foglio che mi è stato consegnato – continua – e, dopo la transazione bancomat ho chiesto cosa fosse quel 20,10, pensando di dover pagare dell’altro, visto che non mi era stata consegnata nessuna ricevuta per quella cifra. Invece mi è stato detto che quello era l’orario che sarebbe dovuto essere inserito nel loro portale, per la messa del tutore avvenuta alle ore 16, perché altrimenti non poteva rientrare in libera professione. Praticamente mi è stato detto che era illegale, perché alle ore 16, quando in realtà mi è stato messo il tutore, la professionista non poteva svolgere la libera professione”.

Infatti nel portale compare la visita segnata alle ore 20:10.

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“Tra l’altro – precisa William – è impossibile che io fossi là, perché ero dal mio medico di base per il certificato medico”.

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Le nostre verifiche al San Giuseppe

Qualche giorno dopo la segnalazione di William, siamo andati al San Giuseppe per capirne di più.

– “Buongiorno, volevo chiederle solo un’informazione”.

– “Sì, mi dica”, ci risponde un addetto allo sportello, diverso da quello che aveva seguito il caso di William.

– “Qui c’è un 20,10 – diciamo mostrando il foglio -, a che cosa si riferisce?”

– “20,10 sa che cos’è?”

– “Cos’è?”

– “È l’orario”.

-“Ma come l’orario? – chiediamo – La messa del tutore è avvenuta nel pomeriggio, come da ricevuta”.

– “Si mette come orario 20:10 – ci spiega – perché non possono farle prima di quell’orario, ma si mette solo in fase di accettazione, non che l’abbia fatto a quell’ora. È un orario messo dal fisioterapista per poter accedere nella sua libera professione. Quando gli ha messo il tutore, in quell’orario, essendo nel pieno del lavoro in realtà non poteva farlo, ma è soltanto una questione burocratica”.

– “Perché c’era il servizio pubblico in quell’orario?”, chiediamo.

– “Sì, bravissima”, risponde l’operatore.

– “Ok, quindi è una prassi?”

– “È una prassi, sì sì – ci tranquillizza -, è solo perché in quell’orario loro devono smettere a un orario per fare l’altro (ssn o libera professione, ndr), ma se gli viene richiesto dal medico loro lo devono fare, dunque è soltanto una questione burocratica”.

Che cosa può voler dire?

Per comprendere quali meccanismi possano sottostare a questo episodio, ci siamo rivolti a Medicina Democratica, movimento che monitora il mondo della sanità italiana dal 1968.

“È un fatto estremamente grave e purtroppo non è un fatto isolato, commenta a Fanpage.it Vittorio Agnoletto, medico e membro di Medicina Democratica -. È anche grave da un punto di vista giuridico. Si potrebbe addirittura, uso il condizionale, ipotizzare un falso ideologico. Siamo di fronte comunque a un atto medico, compiuto in un giorno, a una determinata ora, che riporta invece un’ora completamente diversa”.

“Le ragioni possono essere diverse – spiega Agnoletto -. O è qualcosa che va in contrasto a un contratto interno, a delle regole interne dell’azienda, che potrebbe prevedere che l’attività privata debba essere fatta in un orario diverso da quella nella quale quell’ambulatorio e quel personale è dedicato a lavorare in convenzione col Servizio sanitario nazionale. Oppure l’altra possibilità potrebbe essere che questo tipo di situazione sia in contrasto con l’accordo di convenzione che esiste tra quella struttura privata e la sanità regionale. Comunque sia, qualunque delle due ipotesi sia, è evidente che è qualcosa di non corretto”.

“Oltre agli aspetti legali – precisa l’esponente di Medicina Democratica -, comportamenti e situazioni di questo tipo contribuiscono ad allungare ulteriormente le liste d’attesa. A trarne vantaggio, ovviamente, è la struttura privata”.

“Di fronte a situazioni di questo tipo – si chiede Agnoletto – la Regione che controlli esercita? Cioè, noi non stiamo parlando di quattro soldi: i soldi che passano dalla sanità regionale, pubblica, alla sanità privata convenzionata in Lombardia sono miliardi. La Regione deve quindi verificare come vengono forniti i servizi – in termini di orari, di spazi e di qualità – per essere certa che al primo posto ci sia la salute dei cittadini e non la ricerca del profitto. E quando parlo di cittadino non parlo del singolo cittadino, parlo della collettività”.

Sappiamo che storie simili sono successe anche ad altre persone: se vuoi raccontarci la tua storia scrivici qui.

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