Quando la Commissione ha raccomandato lo status di candidato all’Ucraina, ha indicato sette priorità immediate: riforma della Corte costituzionale, riforma giudiziaria, misure anticorruzione, governance di SAPO e NABU, regole antiriciclaggio, implementazione della legge anti-oligarchi, allineamento della legislazione audiovisiva e revisione delle leggi sulle minoranze.

Veti e difficoltà politiche

Il percorso è rallentato dai veti nazionali. L’Ungheria di Viktor Orbán si oppone con forza, mentre la Slovacchia di Robert Fico condiziona il proprio sostegno a un’interpretazione rigorosa dei criteri. Entrambi i Paesi, insieme a partiti populisti di destra in tutta Europa, mettono in dubbio la sostenibilità dell’impatto ucraino sul bilancio Ue.

Roman Petrov, titolare della cattedra Jean Monnet di Diritto Ue alla National University of Kiev-Mohyla Academy, definisce la situazione “paradossale”: i cluster non sono ufficialmente aperti, ma il lavoro tecnico prosegue informalmente nel cosiddetto “formato Lviv”, in attesa dell’unanimità politica necessaria per avviare i negoziati formali.

Petrov avverte che “per ora i problemi maggiori riguardano Ungheria e Slovacchia. Ma i governi possono cambiare, e con le elezioni ungheresi di aprile, la situazione potrebbe evolvere. Tuttavia, una ondata di populismo anti-Ucraina potrebbe diffondersi anche in Europa occidentale, con Francia e Germania più a rischio”.

Le difficoltà di una “corsia preferenziale”

Molti analisti auspicano un allargamento più rapido, non solo per Kiev, ma anche per Montenegro, Moldova e Albania. Alcuni hanno ipotizzato un ingresso “membership-lite” per l’Ucraina già nel 2027: dentro l’Ue, ma senza pieni diritti e diritto di veto. Petrov replica che “non è realistico: senza piena adesione, questi scenari non esistono. Non esistono adesioni parziali con diritto di voto. L’unica opzione è la piena adesione”.

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